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Scontrini detraibili alla prova dei conti

Scontrini detraibili? Scriverlo nella delega fiscale non è stato così difficile. Tradurlo in pratica, però, non sarà per niente semplice. La potenziale perdita di gettito e la difficoltà di gestire le agevolazioni e i necessari controlli rischiano di bloccare in partenza il percorso di attuazione.
L’idea, in fondo, è sempre la stessa: permettere ai clienti di scontare una parte della spesa, così da invogliarli a farsi rilasciare la fattura, la ricevuta o lo scontrino. Anzi, a dirla tutta, non si tratta neppure di un inedito nel sistema fiscale italiano, dove esistono già molte disposizioni ispirate al «contrasto d’interessi» tra contribuenti e operatori economici. Quelle principali – riassunte nel grafico a fianco – valgono più di 7 miliardi di euro. E non ci sono solo detrazioni e deduzioni, ma anche le aliquote ridotte (come l’Iva al 10% sui lavori edili) e le imposte sostitutive (come la cedolare secca a forfait sugli affitti).
Alcune detrazioni impongono ai contribuenti di pagare con un bonifico, come nel caso dei bonus per le ristrutturazioni e il risparmio energetico. Ma ci sono anche agevolazioni che – già oggi – si accontentano di una ricevuta di uno scontrino “parlante”, con il codice fiscale del cliente: basti pensare alla detrazione del 19% sulle spese di iscrizione dei figli in piscina o in palestra o alla detrazione sulle spese sanitarie e mediche, utilizzata ogni anno da più di 15 milioni di italiani.
Il meccanismo, insomma, esiste già. E non sarebbe tecnicamente impossibile estenderlo a un numero maggiore di spese, anche se questo potrebbe scaricare sulle Entrate un numero maggiore di controlli da effettuare. L’ostacolo più rilevante, però, è il rischio che l’operazione non sia a somma positiva per lo Stato. Non bisogna dimenticare, infatti, che lo sconto d’imposta si applicherebbe sì agli acquisti che oggi vengono pagati in nero, ma anche a quelli che sono già regolarmente fatturati. Di conseguenza, la perdita di gettito sulle spese in chiaro potrebbe mangiarsi i maggori incassi sugli acquisti che escono dall’ombra.
Il timore di un calo delle entrate è stato espresso dalla Corte dei conti a giugno del 2013 in audizione a Montecitorio ed è stato ripreso la scorsa settimana dalla Banca d’Italia davanti ai senatori. In ambienti governativi, alcune settimane fa, era circolata anche qualche stima: con una detraibilità del 20%, lo Stato ci guadagna sicuramente se il nero che emerge è all’80% delle vendite documentate. Ma per quanto l’evasione sia una piaga per l’economia italiana, nessuno studio si è mai spinto a stimarne un livello medio dell’80 per cento.
Se questi sono i numeri, l’unica via praticabile è applicare la detraibilità degli scontrini in modo molto selettivo, concentrandosi sui settori a maggiore densità di sommerso. Non è un caso che la stessa legge delega imponga di individuare gli ambiti più esposti al nero e di applicare il contrasto d’interessi senza perdere di vista le coperture di gettito.
Anche un’applicazione mirata, però, incontra parecchi problemi. A partire dal fatto che la misurazione delle aree a rischio si ferma a indicazioni generali e poco aggiornate. Ad esempio, il gruppo di lavoro sull’economia non osservata guidato dall’allora presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, aveva ripreso gli studi che indicano nell’agricoltura, nel commercio e nei servizi alle imprese i settori a più alta densità di evasione. E anche le statistiche nazionali sulle forze di lavoro irregolari seguono la stessa falsariga. Senza dati precisi, però, non si può stimare il volume delle spese che potrebbero emergere, e quindi valutare in anticipo se l’operazione è sostenibile o no.
Ma non è solo una questione di cifre. La cronaca dimostra che, anche quando lo Stato individua un settore su cui puntare, fatica a dettare regole chiare e stabili nel tempo. Lo dimostrano, ad esempio, le cinque proroghe in sette anni per la detrazione sul risparmio energetico. O la minaccia di un taglio retroattivo agli sconti sulle spese mediche, sventata solo in extremis. O ancora la vicenda del bonus mobili, per il quale è stato prima introdotto, poi cancellato e ora ripristinato il limite in base al quale la spesa per gli arredi non può superare quella per i lavori edilizi.

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