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Sconti Tasi solo in un Comune su due

Assenti nella versione originaria della Tasi scritta nella legge di stabilità 2013, le detrazioni per l’abitazione principale sono state definite dopo una lunga trattativa fra i Comuni e il Governo Letta; una trattativa sfociata in un meccanismo complicato, che sembra non piacere agli stessi Comuni.
La prova arriva direttamente dalle delibere della Tasi approvate fino a oggi, che in quasi un Comune su due ignorano la possibilità di introdurre sconti per le abitazioni principali. Se si restringe l’ottica agli enti che applicano la Tasi su queste abitazioni, il “tasso di assenza” delle detrazioni sale al 58% dei casi.
A dirlo è l’analisi di Itworking, società del sistema Assosoftware che ha passato al setaccio i contenuti di tutte le decisioni locali approvate finora: su un totale di 2.251 delibere varate finora, la Tasi bussa alla porta delle abitazioni principali in 1.722 casi, ma le detrazioni compaiono solo 725 volte, mentre non hanno alcuno spazio negli altri 997 casi. L’accoppiata fra aliquota “piatta” e zero detrazioni compare in Comuni capoluogo, da Novara a Mantova, da Forlì a Ravenna e Livorno, e torna in centinaia di Comuni medi e piccoli, forse scoraggiati dalla complessità delle regole. Il risultato, però, è pessimo, perché le detrazioni servono a recuperare una parte della progressività che era garantita nell’Imu, accompagnata da uno sconto fisso di 200 euro per tutti e un bonus aggiuntivo da 50 euro per ogni figlio convivente fino a 26 anni di età: in altre parole, quando il nuovo tributo sui servizi viene applicato senza sconti si rivela più caro dell’Imu 2012 soprattutto per le case di valore più basso, dove il vecchio sistema di detrazioni interveniva a cancellare o comunque a ridurre pesantemente l’imposta, e per le famiglie numerose, che nell’Imu godevano degli sconti aggiuntivi. Fuori pericolo sono solo le abitazioni che secondo il Fisco hanno un valore maggiore, perché nel loro caso le detrazioni Imu uguali per tutti incidevano molto meno e di conseguenza la Tasi, caratterizzata (almeno per quest’anno) da aliquote più basse, non riesce a raggiungere gli importi della vecchia imposta.
Il problema non è da poco, non solo per il numero dei Comuni che stanno decidendo di ignorare le detrazioni ma anche per il panorama fiscale offerto dalle abitazioni italiane. Secondo l’ultimo censimento condotto dall’agenzia del Territorio, il 51,2% delle abitazioni ha una rendita catastale fino a 400 euro, e di conseguenza aveva un’Imu azzerata o quasi dalle detrazioni e rischia di vedersi recapitare una Tasi più pesante della vecchia imposta. Completamente al sicuro da rincari sono solo le case in cui la Tasi ad aliquota massima e senza detrazioni risulta comunque inferiore all’Imu standard, ma questa condizione si ottiene solo con una rendita da 875 euro: una rendita raggiunta solo dal 10% delle case italiane. Nel 2012, infatti, più di metà dell’Imu è stata pagata dal 10% delle case più “ricche” (secondo il Catasto), mentre nella Tasi si profila una drastica redistribuzione verso il basso del carico fiscale.
Il grafico qui a fianco traduce il problema in casi pratici, e mostra le differenze fra Imu 2012 e Tasi 2014 in sei abitazioni delle categorie largamente maggioritarie nel mattone italiano. È immediatamente evidente che gli aumenti sono maggiori quando il valore fiscale dell’immobile è più basso, e quando le famiglie sono più numerose, mentre scompaiono quando cresce il “pregio” fiscale dell’immobile: nella realtà delle singole case potrebbero comparire numeri anche peggiori, perché i calcoli del grafico mettono a confronto Imu e Tasi ad aliquote standard e massime, ma è possibile che alcuni Comuni avessero tenuto l’Imu a livelli standard e spingano ora la Tasi verso il massimo. Il problema, inoltre, sarà ancora più esteso perché può ricomparire anche in Comuni che prevedono detrazioni, ma le riservano a platee limitate di contribuenti. E non si tratterà di casi marginali, perché per esempio viaggiano su questi binari le proposte già elaborate dalle Giunte di Milano e Roma.
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