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«Sconti fiscali per le imprese»

L’incipit è diretto, senza mandarla a dire: «Il tema della cultura non fa parte dell’agenda politica e non ne ha mai fatto parte. Ho cercato nei programmi elettorali; ahimè, non ho trovato neanche una riga». Ma anche la fine del discorso è altrettanto mirata: «Se lo Stato non ce la fa, che si faccia da parte. Ce la faremo da soli», a far rinascere questo Paese «come rinacque la Roma del 1400, grazie a un grande Papa che sulla cultura e sull’arte ha ricostruito una città ormai in preda a malaria e banditismo».
È un intervento che trasuda amarezza quello di Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Roma, alla seconda edizione degli Stati Generali della Cultura, organizzati insieme con Il Sole 24 Ore. I cinque secoli di storia della Fondazione e il suo impegno per l’arte e la cultura gravano come un macigno quando il suo presidente inizia a indicare i numeri di quella che appare come una masochistica ritirata da parte dello Stato. «Dal 2012 il budget del ministero per i Beni e le Attività culturali ha perso il 27 per cento. Quanto a bilancio statale per la cultura siamo a un livello inferiore rispetto alla Danimarca, all’Irlanda, a Malta e alla Grecia, tanto per intenderci». I numeri, come sempre, sanno meglio di qualsiasi altra cosa fotografare una situazione che se non è di disimpegno, è di sicuro indicativa di gap pesantissimi: «Il British Museum riceve 85 milioni di sterline l’anno; la Tate Gallery 38; il Reina Sofia 42. Al Maxxi 5». Il quadro sarebbe già chiaro, ma Emmanuele Emanuele rincara la dose: «I residui passivi si aggirano, sempre nel 2012, dal 44 al 51 per cento. Cioè: quello 0,1 per cento del Pil destinato alla cultura nelle periferie fatica anche a essere speso per motivi burocratici e intoppi vari».
Burocrazia e lentezza. I mali atavici dell’Italia ricorrono più e più volte per tutta la durata degli Stati Generali della Cultura e rappresentano il fil rouge delle parole del presidente della Fondazione Roma, nella consapevolezza che «dallo scorso anno, dalla prima edizione degli Stati Generali della Cultura, non è cambiato nulla». Si può partire dalla «legge per la conservazione dei beni culturali che è del ’39». Il principale portato sta in quelle «Soprintendenze che si identificano con la proprietà dei beni. E preferiscono rinchiuderli nelle segrete piuttosto che metterli a disposizione». Un esempio su tutti: «Per la mostra su Caravaggio alle Scuderie del Quirinale, organizzata ai tempi della mia presidenza del Palaexpo, ci sono due o tre dipinti che non sono riuscito ad avere. Eppure parliamo del Quirinale». Ma dal «museo di Cefalù chiuso», al «Satiro Danzante che giace a Mazara», al Palazzo Abatellis che si visita 4 ore al giorno perché i dipendenti lavorano un’ora e poi hanno 20 minuti di riposo», il cahier de doléances è nutrito. E si spinge fino a indicare nel ministero dei Beni culturali un «collo di bottiglia» che «non ha più ragione di esistere» e nella legge “Valore cultura” del Governo Letta un qualcosa che «se non si faceva era meglio; era un vantaggio per tutti. È vero: recupera risorse, ma con le accise e la leva fiscale. E comunque non ci sono scelte e criteri oggettivi per l’assegnazione delle risorse». Fondi a tutti, dunque, indipendentemente dai risultati. E questo «senza voler creare le premesse perché si instauri un proficuo rapporto tra pubblico e privato».
Eccolo l’arcano che potrebbe permettere alla discussione sulla cultura di fare il salto di qualità, uscendo dal vicolo cieco della denuncia. «Il privato che interviene quando il pubblico non sa o non può gestire» per Emanuele va considerata come la vera leva per far esplodere un potenziale sommerso di un settore il cui ritardo, qui da noi in Italia, appare paradossale. «Solo nel Lazio – dice – ci sono 42 musei chiusi».
Il peccato originale di vedere pubblico e privato in maniera antitetica è dunque il vero male da sradicare, considerando però, chiarisce il presidente della Fondazione Roma, che tutto si può tenere solo in un quadro in cui la proposta programmatica poggi su altri tre pilastri. «So che quello che sto per dire è impopolare – ha precisato Emanuele – ma tutto invecchia, anche le Costituzioni. E la nostra va cambiata». Il riferimento è all’articolo 118, «che parla di sussidiarietà. Ma senza sanzioni». Qui si annida il germe del vedere «il privato come accaparratore di benefici. Non è così». Più spazio ai privati però significa anche «interventi di natura fiscale. È necessaria la detraibilità della spesa a favore della cultura, sia che si parli di sponsorizzazioni, sia che si parli di mecenatismo». Una necessità che nasce dalla considerazione del valore della cultura che va messa al centro della politica economica: «L’industria culturale vale oggi il 5,4 per cento del Pil, 76 miliardi di euro, e pesa per il 5,7% sulla forza lavoro. Bisogna iniziare a riconoscerlo». Tutto però cadrebbe senza una l’ultimo pilastro: un’adeguata sensibilizzazione che parte dai banchi di scuola. «Lo studio della storia dell’arte è essenziale. Peccato che oggi lo si faccia poco o niente. Io lo faccio da una vita».

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