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Sconfitta in appello: la crisi può bloccare il pagamento

La sospensiva della sentenza tributaria in appello può far leva sull’effetto-crisi. L’oggettiva, comprovata e grave situazione di difficoltà legata alla congiuntura economica pesa sul concreto rischio di default a cui potrebbe essere sottoposto il contribuente, soggetto all’esecuzione della sentenza tributaria, in attesa del verdetto definitivo della Cassazione. Un aspetto su cui si può puntare nell’istanza in Ctr per congelare gli effetti della pronuncia che ha visto il diretto interessato sconfitto in secondo grado. È una tendenza che emerge sempre più dalla giurisprudenza che si sta formando a riguardo. Ma vediamo nel dettaglio.
L’assenza di tutele
Nel processo tributario un’esecuzione parziale è già possibile durante il primo grado, mentre la sentenza d’appello costituisce titolo esecutivo per la riscossione non solo del 100% delle imposte ma anche delle sanzioni (sanzioni che in materia tributaria sono quasi sempre tanto quanto le imposte), anche in pendenza del ricorso in Cassazione. Mentre i giudizi tributari di merito si caratterizzano per una certa celerità (nell’arco di due o tre anni si possono avere già due sentenze), i tempi di conclusione del giudizio di legittimità non sono così certi. Dai dati presentati nella relazione del primo presidente della Cassazione all’inaugurazione dell’ultimo anno giudiziario, emerge che la durata media di un processo civile presso la Suprema corte è di circa 34 mesi e la percentuale più rilevante delle decisioni depositate nel 2012 riguarda la materia tributaria (5.966 provvedimenti, pari al 23,9% del totale).
In pratica il contribuente si trova senza tutela in attesa del giudizio in Cassazione. Nel frattempo è esposto all’esecuzione dall’agente della riscossione: gli possono essere bloccati i conti correnti, gli possono essere pignorate somme che aspetta da terzi, gli possono essere fermati, ipotecati o venduti beni indispensabili per continuare la sua attività.
Le aperture
Lo spiraglio per chiedere e ottenere la sospensiva in appello è arrivato dalla Cassazione che dallo scorso anno ha ammesso questa chance. Così le Commissioni tributarie hanno iniziato a emettere provvedimenti anche piuttosto innovativi. È il caso dell’ordinanza 18/01/2013 della Ctr Sardegna che ha sospeso l’esecuzione (si veda Il Sole 24 Ore del 10 giugno scorso) in quanto il pagamento delle (ingenti) somme dovute poteva costituire grave danno per l’attività economica svolta, considerando importante anche l’oggettiva difficoltà derivante dal perdurare della crisi finanziaria in cui versa il Paese, di ottenere crediti dal sistema bancario, e facendo riferimento a una non tempestiva restituzione di quanto pagato nel caso di vittoria in Cassazione.
Del resto, i principi dell’ordinanza della Ctr Sardegna sono emersi anche nelle recenti disposizioni introdotte per consentire maggiori garanzie sulla riscossione. Il decreto del fare (Dl 69/2013) consente la possibilità di una dilazione straordinaria in 10 anni (120 rate) al contribuente che si trovi «per ragioni estranee alla propria responsabilità, in una comprovata e grave situazione di difficoltà legata alla congiuntura economica» (la dilazione a dieci anni è stata attuata dal Dm Economia del 6 novembre) e ammette che il mancato pagamento di otto rate (prima erano due) non determina l’automatica decadenza dal beneficio.
I requisiti
Non ci sono termini perentori per la proposizione dell’istanza. Va presentata, infatti, nel momento in cui incomincia un’esecuzione dalla quale possa derivare un danno grave e irreparabile. Il periculum in mora diventa quindi un requisito essenziale e necessario per la concessione della sospensione. Di recente però la sentenza 2845/2012 della Cassazione ha richiesto una valutazione fatta con particolare rigore anche del fumus boni iuris (ossia una valutazione prognostica o probabilistica sui motivi di diritto e quindi sul positivo esito del giudizio di legittimità).
Quest’ultimo requisito non è richiesto dalla lettera della norma (articolo 373 del Codice di procedura civile) e la giurisprudenza di merito, antecedente alla pronuncia 2845/2012, non lo riteneva necessario anche perché la Ctr sarebbe andata in questo modo a sindacare il merito di un giudizio di legittimità riservato alla Cassazione (si veda tra tutte la sentenza 4/2010 della Ctr Piemonte).

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