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Scompensi affettivi da risarcire

di Debora Alberici 

Il figlio non riconosciuto dal padre ha diritto a essere risarcito del danno morale. Infatti l'assenza di un genitore può generare ripercussioni negative nella vita del ragazzo, oltre a scompensi affettivi. Il giudice può liquidarlo in via equitativa dal momento che si tratta di un diritto costituzionalmente garantito. A questa conclusione è giunto il Tribunale di Roma (sentenza Ngr 176/2011) che, nell'ambito di un giudizio per la dichiarazione giudiziale di paternità, ha liquidato a due sorelle, mai riconosciute spontaneamente dal padre il risarcimento del danno morale (30 mila euro per ciascuna).

Il caso. La vicenda riguarda due sorelle nate da una relazione fra due giovani romani dalla quale erano nate due bambine. Lui non aveva mai voluto riconoscerle tanti che la ragazza aveva cresciuto le bambine insieme a sua madre. Poi era scomparsa quando le figlie erano ancora adolescenti. La nonna si era occupata di loro. Ma entrambe, a un certo punto, avevano avuto problemi di tossicodipendenza. La situazione era peggiorata quando l'anziana era morta. Così le due avevano chiesto la dichiarazione giudiziale di paternità, provando che nei mesi antecedenti alla gravidanza della madre questa aveva intrattenuto una relazione sentimentale con il presunto padre. Ma le richieste non si erano fermate qui. Le donne hanno presentato al Tribunale della capitale anche una domanda di risarcimento, lamentando che la mancanza della figura paterna aveva influito sulla loro serenità e crescita. I giudici hanno accolto l'istanza con una approfondita e interessante motivazione, sostenendo il danno, in questi casi, si configura per il solo fatto della mancanza del genitore.

Le motivazioni. In particolare ad avviso del Collegio, il danno non patrimoniale derivante dalla lesione di diritti inviolabili della persona, come tali costituzionalmente garantiti, è risarcibile anche quando non sussiste un fatto-reato, né ricorre alcuna delle altre ipotesi in cui la legge consente espressamente il ristoro dei pregiudizi non patrimoniali, a tre condizioni che l'interesse leso abbia rilevanza costituzionale, che la lesione dell'interesse sia grave, nel senso che l'offesa superi una soglia minima di tollerabilità e che il danno non sia futile, vale a dire che non consista in meri disagi o fastidi. Ora, se nessun dubbio sussiste sulla tutela accordata in ambito costituzionale ai figli naturali, ai quali è garantita ogni tutela giuridica e sociale, occorre verificare nel singolo caso se vi sia la prova del pregiudizio sofferto. Infatti, il danno, anche in caso sia vulnerato in modo grave un diritto della persona, non si sottrae alla regola generale di cui all'art. 2697 c.c., per cui deve essere sempre allegato e provato, non potendo considerarsi «in re ipsa» e dovendo essere dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall'ordinamento. Trattandosi di pregiudizi inerenti l'esistenza della persona, particolare rilievo assume in questa sede la prova per presunzioni, fermo restando però l'onere del danneggiato di allegare e provare gli elementi di fatto da cui desumere l'esistenza e l'entità del pregiudizio; una volta offerta la prova del fatto che viene posto alla base della presunzione, spetterà alla controparte fornire la prova contraria, in assenza della quale dovrà ritenersi dimostrata l'esistenza del danno facendo ricorso, a quelle nozioni generali derivanti dall'esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prove. In questo caso, dicono i giudici, le figlie asseriscono di aver subito, quale conseguenza della sottrazione da parte di quello che è risultato essere il proprio padre naturale all'assolvimento degli obblighi e dei diritti nei loro confronti, «profonde crisi esistenziali ed angoscianti turbamenti psicologici» di gran lunga aumentati dopo la morte della loro madre, quando avevano 22 anni, e poco dopo della nonna, quando rimasero senza punti di riferimento e finirono per entrare nel tunnel della droga. Lamentano, dunque, di un danno strettamente morale, originato dalla sofferenza patita per la privazione della figura genitoriale.

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