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Scintille tra Johnson e Corbyn, a Londra è già campagna elettorale

La settimana scorsa mentre i deputati britannici si preparavano a votare contro l’accordo su Brexit proposto dal Governo, Theresa May si è alzata in piedi e ha detto al Parlamento di avere un «certo senso di deja-vu». Con un tocco di umorismo poco visibile nei suoi anni in carica, l’ex premier ha ricordato a tutti le tre volte che il suo accordo era stato bocciato dai deputati.

Boris Johnson, il suo successore, potrebbe avere presto un simile e altrettanto fatale senso di deja-vu. Due anni e mezzo fa i sondaggi davano il partito conservatore in testa. Theresa May, a sorpresa, decise di annunciare elezioni anticipate. L’esito fu devastante per il partito: contro ogni previsione, i conservatori persero la maggioranza in Parlamento, furono costretti ad appoggiarsi agli unionisti nordirlandesi del Dup e di fatto persero il controllo di Brexit.

La situazione ora è diversa, ma non troppo. Johnson, con le sue battute e la sua aria trasandata, gode di una popolarità tra i conservatori immensamente superiore ai tiepidi consensi tributati alla rigida May. Può contare su una base di “fedeli” che voteranno per lui indipendentemente dai suoi successi o insuccessi. La questione è quanto ampia sia la base di fedeli.

Per molti elettori che sono conservatori e sostenitori di Brexit Johnson è la persona che in poche settimane da premier è riuscito a infrangere ogni promessa solennemente e ripetutamente fatta. Si era impegnato a portare la Gran Bretagna fuori dall’Unione Europea a qualsiasi costo entro il 31 ottobre e aveva dichiarato che avrebbe preferito «morire in un fosso» pur di non chiedere alla Ue un rinvio di Brexit. Invece ha chiesto e ottenuto un prolungamento dei tempi e oggi, 31 ottobre, la Gran Bretagna resta nella Ue e ci resterà almeno fino al 31 gennaio 2020.

Johnson si lancerà nella campagna elettorale con tutta l’energia di cui è capace e il suo messaggio sarà che lui ha fatto di tutto per rispettare la data di Brexit, compreso raggiungere un nuovo accordo con la Ue che molti ritenevano impossibile, ma è stato ostacolato a ogni passo dal Parlamento. Si presenterà come il paladino della volontà popolare espressa nel referendum del 2016 contro le oscure macchinazioni dei deputati. Popolo contro Parlamento: una strategia semplice e chiara. Già ieri, in un assaggio di campagna elettorale, ha accusato in Parlamento il leader laburista Jeremy Corbyn di tenere il Paese ostaggio di infiniti tentennamenti e ritardi (mentre Corbyn lo accusava a sua volta di prepararsi a tagliare i diritti dei lavoratori e a cedere pezzi del servizio sanitario nazionale).

Il problema è che il Brexit Party di Nigel Farage, che tanto successo ha avuto nelle elezioni europee di maggio, ha una strategia semplice e chiara come quella di Johnson. Il messaggio sarà che chi vuole uscire dall’Unione europea non può fidarsi dei Tories e tantomeno di Johnson, ma deve votare per l’unico partito che non ha mai deviato dall’obiettivo principale: portare la Gran Bretagna fuori dalla Ue il prima possibile. Farage ha già dichiarato che punteranno tutto sulle circoscrizioni elettorali che avevano votato a favore di Leave per mandare il maggior numero di deputati possibile a Westminster.

Non è difficile prevedere che per la prima volta Farage conquisterà un seggio a Westminster. Altrettanto facile prevedere che il partito liberaldemocratico conquisterà grandi consensi per una ragione diametralmente opposta. La loro chiara strategia anti-Brexit riuscirà ad attrarre i voti di tutti i filo-europei, come si era già visto alle elezioni europee di maggio.

Il Partito laburista, l’opposizione ufficiale, intende fare campagna elettorale sui temi tradizionali di lotta all’austerità, investimenti nei servizi pubblici, creazione di posti di lavoro. Il problema per Jeremy Corbyn è che questa elezione è di fatto un referendum-bis su Brexit, un tema che il leader ha cercato di evitare il più possibile e sul quale ha costretto il partito a una strategia fumosa e ondivaga.

Certo i laburisti potrebbero fare una campagna molto efficace e guadagnare consensi inaspettati, come era successo nel 2017. Brexit però nel frattempo è diventata una questione più rilevante e controversa.

Guardando i sondaggi (il poll of polls, un amalgama di tutti i sondaggi) i conservatori sono nettamente in testa con il 36% delle intenzioni di voto e i laburisti secondi con il 25%.

Johnson può quindi trovare conforto nei sondaggi. Almeno fino a quando si ricorda che non sono sempre affidabili: prima del voto del 2017, i sondaggi davano ai Tories il 44% dei consensi e la quasi certezza di una maggioranza assoluta. Di nuovo quella sensazione di deja-vu.

Nicol Degli Innocenti

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