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Schulz lascia Strasburgo Si apre il totonomine Lo strapotere dei tedeschi

Lo scacchiere di Bruxelles è in movimento. A fare la prima mossa è stata la Germania richiamando in patria uno dei suoi uomini chiave: il socialdemocratico Martin Schulz. Il tedesco che Silvio Berlusconi aveva indicato — tra l’imbarazzo generale — come perfetto nel ruolo di «kapò» in un film sui campi di concentramento durante una Plenaria a Strasburgo, lascerà Bruxelles dopo oltre vent’anni al Parlamento europeo, di cui gli ultimi sei come presidente: correrà alle prossime elezioni per il rinnovo del Bundestag. Potrebbe anche essere il candidato socialdemocratico che sfiderà la cancelliera Angela Merkel. E non è escluso che già a febbraio ricopra un ruolo di primo piano succedendo all’attuale ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier, che diventerà presidente della Germania.

La decisione di Schulz ha ricadute politiche determinanti non solo per Berlino, è centrale anche per i delicati equilibri europei, che si reggono sull’accordo tra il Partito popolare e quello socialista stretto all’inizio della legislatura e che ha portato alla nomina del popolare Jean-Claude Juncker alla guida della Commissione Ue. L’intesa prevede un’alternanza alla presidenza dell’Europarlamento tra socialisti e popolari. Benché non fosse nei patti, c’era chi ipotizzava che Schulz, forte della sua esperienza, avrebbe potuto proseguire nell’incarico anche per la seconda metà della legislatura, consentendo di mantenere inalterate le altre poltrone a cominciare da quella del presidente Ue, il popolare polacco Donald Tusk. Ma come ha ricordato ieri il capogruppo dei socialisti Gianni Pittella «deve essere assicurato e rispettato l’equilibrio politico, un monopolio di destra sulle istituzioni della Ue è inaccettabile».

I popolari dovranno esprimere il proprio candidato a metà dicembre e tra i nomi che girano, oltre al conservatore francese Alain Lamassoure, l’irlandese Mairead McGuiness e l’italiano Antonio Tajani che è l’attuale vicepresidente vicario del Parlamento Ue, sta aumentando le proprie quotazioni quello del capogruppo, il tedesco Manfred Weber della Csu bavarese, il partito «fratello» della Cdu di Merkel. Sulla scacchiera già complicata dai giochi tra popolari e socialisti, si aggiunge così un’ulteriore elemento di squilibrio: ancora un tedesco in un ruolo chiave delle istituzioni europee. Una situazione che sta creando più di qualche maldipancia tra i popolari (e non solo) e che mette in evidenza l’incontestabile capacità della Germania di mettere propri rappresentanti là dove si prendono le decisioni.

Ma la riconferma di un tedesco su quella poltrona, peraltro occupata ininterrottamente dai tempi di Hans-Gert Pö ttering, non è che l’ultimo atto. Poche settimane fa il commissario per l’Economia digitale Günther Oettinger ha ricevuto l’importante portafoglio del Bilancio (quel bilancio che sarà al centro di discussioni e su cui l’Italia ha posto una riserva) e del Personale che era della bulgara Kristalina Georgieva, che si è dimessa per diventare Ceo della Banca Mondiale. Ma è stato anche detto che ne avesse abbastanza delle ingerenze di un altro tedesco, il potente capo di gabinetto di Jean Claude Juncker, Martin Selmayr. Tornando al Parlamento Ue, parlano tedesco anche il segretario generale Klaus Welle e il segretario generale aggiunto Markus Winkler, che ha preso il posto dell’italiana Francesca Ratti andata in pensione. Mentre al Consiglio Ue il direttore generale per gli Affari economici e finanziari è Carsten Pillath e fino al giugno 2015 Uwe Corsepius è stato il segretario generale. C’è poi il presidente della Corte dei Conti Ue Klaus-Heiner Lehne, il presidente della Bei Werner Hoyer, il managing director del fondo salva-Stati Esm Klaus Regling e il numero uno del Meccanismo unico di risoluzione Elke König. Nella squadra per negoziare la Brexit, la vice di Michel Barnier è Sabine Weyand. E poi ci sono i numerosi capi e vice capi di gabinetto in Commissione. Una mappa che spiega le parole di Schulz: «La Germania deve assumersi il compito di guidare l’Europa e rilanciare il progetto comunitario». Un ruolo che non si improvvisa.

Francesca Basso

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