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Schiaffo di Grillo. La Camera al Pd. Alfano: il Viminale non dia i risultati

ROMA — Una vittoria di misura del centrosinistra alla Camera che, solo grazie al premio di maggioranza su base nazionale, si trasforma in un’ampia maggioranza di seggi. Un risultato sofferto con un distacco sul centrodestra dello 0,4%, appena 125 mila voti. Al punto che il segretario del Pdl Angelino Alfano chiede al ministero dell’Interno di non ufficializzare «dati che sono solo ufficiosi, soggetti inevitabilmente ad un margine di errore» e aspettare le verifiche della Cassazione. Con la replica del Viminale che fa sapere che continuerà a fornire i dati degli scrutini e del Pd che lo invita «a non esasperare il clima negando la realtà». Ma soprattutto un risultato inutile. Non solo perché contando i voti non delle coalizioni ma dei singoli partiti, il vero vincitore è il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, primo partito d’Italia che supera anche il Pd di 45 mila voti. Ma perché al Senato una maggioranza semplicemente non c’è, visto che nessuna delle coalizioni raggiunge i 158 seggi, soglia minima per controllare l’Aula Palazzo Madama e avere la fiducia di tutti e due i rami del Parlamento. Il risultato complessivo è quello opaco e pieno di incognite dell’ingovernabilità, dunque. Ma per ogni partito il voto di ieri ha una risposta chiarissima.
Male il centrosinistra con il Pd e Sel, dato per vincitore dagli ultimi sondaggi e invece inchiodato al 30%. È un risultato peggiore anche rispetto alla sconfitta del 2008, il centrosinistra ha perso per strada quasi la metà dei voti conquistati da Romano Prodi nel 2006 con la sua pur traballante coalizione. Grande recupero del centrodestra con il Pdl e nonostante l’affanno della Lega: conquista tutte le Regioni considerate in bilico al Senato, a sorpresa pure la Puglia. E per questo ha il maggior numero di seggi a Palazzo Madama anche se resta lontano dalla maggioranza assoluta. Un verdetto che conferma come rispetto alle posizioni di partenza la rimonta ci sia stata eccome. Il vero trionfo, però, è quello del Movimento 5 Stelle, scelto da un elettore su quattro, in corsa senza alleati e in cima alle preferenze in molte regioni. Visto il buon risultato di Berlusconi, il movimento di Beppe Grillo sembra aver pescato soprattutto tra gli elettori del Partito democratico. E anche della Lega, che resiste solo in Lombardia, crolla in Veneto e Piemonte mentre sparisce nelle regioni del Centro. Con i suoi quasi 58 senatori il Movimento 5 Stelle potrebbe essere l’ago della bilancia a Palazzo Madama, alleandosi con la sinistra o con la destra e in tutti e due i casi andare al governo. Ma il suo leader ha già annunciato che non ha nessuna intenzione di stringere accordi né da una parte né dall’altra.
Altrettanto netta la sconfitta del centro di Mario Monti, fermo complessivamente intorno al 10%, con i suoi alleati Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini che alla Camera, dove correvano con le loro liste, addirittura non superano rispettivamente il 2% e l’1%. Un risultato che lascia fuori dal Parlamento proprio l’attuale presidente di Montecitorio. Anche volendo fare da stampella al centrosinistra, la ventina di senatori conquistati dalla lista del presidente del Consiglio non basterebbe a raggiungere la maggioranza. Resta fuori dal Parlamento Rivoluzione civile che non supera le soglie di sbarramento nemmeno in Sicilia o Campania, dove pure il partito di Antonio Ingroia sperava di segnare almeno il gol della bandiera. Nessun parlamentare neppure per Fare per fermare il declino anche se questa non è una sorpresa, specie dopo il passo indietro di Oscar Giannino per le bugie sul suo curriculum.
A guardare il numero dei voti in assoluto, prima che entrino negli ingranaggi della legge elettorale per essere trasformati in seggi con i premi di maggioranza, nessuna coalizione sfonda davvero la soglia del 30%. Se è la fine del bipolarismo lo diranno i politologi e quello che succederà in Parlamento nelle prossime settimane. In ogni caso è la prova che in questo momento non c’è una proposta politica o un leader in grado di mettere d’accordo la maggioranza degli elettori. Anche perché c’è da tener conto del quarto partito, quello degli astenuti. Alla fine l’affluenza è arrivata al 75%, cinque punti in meno rispetto alle Politiche del 2008. Una flessione ma non un crollo, specie considerando che stavolta si è votato a febbraio, cosa finora mai successa nella storia della Repubblica. Probabilmente, oltre che nel centrosinistra e nella Lega, il partito di Grillo ha pescato anche tra chi era tentato di non andare alle urne.

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