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Schiaffo a Boris. Londra verso il voto

É stata una giornata nera per Boris Johnson. E oggi potrebbe essere anche peggio. Perché ieri i deputati di Westminster hanno inflitto al governo una sconfitta umiliante, votando per dibattere oggi una legge che chiede il rinvio di tre mesi della Brexit: provvedimento che potrebbe essere approvato già stasera.

É una prospettiva che Johnson rifiuta con tutte le sue forze: lui vuole concludere il divorzio dalla Ue entro il 31 ottobre, «senza se e senza ma». E ieri in aula ha accusato i deputati di volerlo costringere «a elemosinare un altro insensato rinvio». Dunque, dopo stasera non gli resterà altra scelta, come ha fatto capire, se non di andare a elezioni anticipate, probabilmente già il 14 ottobre. Una mossa resa ancora più necessaria dal fatto che il suo governo, ieri pomeriggio, ha perso la risicata maggioranza di un seggio su cui si reggeva: il deputato conservatore Phillip Lee ha attraversato l’aula ed è andato a schierarsi sui banchi dei liberal-democratici.

É stato un difficile esordio in Parlamento, quello di Boris: il premier ha subìto il cannoneggiamento non solo delle opposizioni, ma anche dei conservatori moderati che si oppongono alla prospettiva di un no deal, una Brexit senza accordi. Conservatori «ribelli» che hanno scelto alla fine di votare contro il governo: sotto lo sguardo sornione di Theresa May, che seduta accanto ai rivoltosi si godeva lo spettacolo sorridendo.

A nulla sono valse le minacce di espulsione dal partito proferite all’indirizzo dei conservatori dissidenti: come ha chiosato Jeremy Corbyn, il leader laburista, «questo è un governo senza mandato, senza morale e senza maggioranza». La conferma si avrà stasera, quando, salvo sorprese dell’ultim’ora, i deputati potrebbero approvare la legge che chiede il rinvio della Brexit al 31 gennaio, in modo da evitare il precipizio di fine ottobre. A questo punto già domani Boris potrebbe chiedere lo scioglimento del Parlamento: per farlo ha bisogno del voto dei due terzi dei deputati, ma Corbyn ha sempre detto di volere andare alle urne al più presto, dunque i laburisti non dovrebbero opporsi, anche se tra le loro fila c’è chi teme di cadere in un trappolone teso da Johnson.

Il premier infatti ha dalla sua i sondaggi, che al momento gli attribuiscono una ampia vittoria: il suo decisionismo sulla Brexit sembra aver riassorbito i consensi andati a Farage, mentre il fronte progressista resta spezzettato. Boris avrà buon gioco a presentare le elezioni come «popolo contro Parlamento», perché è vero che i deputati per tre anni hanno provato a frustrare la Brexit, sancita da un referendum, senza offrire delle alternative. Sarà un’ulteriore iniezione di populismo nella democrazia britannica, il cui tessuto è stato già messo a dura prova dalla frattura attorno all’Europa.

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