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Schiaffo all’austerità La Finlandia si affida al milionario Sipila

Nuovo governo e tenuta dei populisti anti-Ue. I finlandesi affidano al milionario Juha Sipila il compito di rilanciare la crescita e aprono la strada del governo alla destra euroscettica e anti-immigrazione dei Finnici di Timo Soini. Nel voto di ieri per il rinnovo del Parlamento il Partito di Centro guidato da Sipila è arrivato primo con il 21,1% dei consensi e 49 seggi su 200. A seguire, con 38 seggi, la formazione di Soini che nel 2011 (con un seggio in più) aveva rifiutato di entrare nell’esecutivo perché in disaccordo sul secondo salvataggio greco e stavolta ha fatto dell’uscita della Grecia dall’eurozona la propria bandiera. Terza, con 37 deputati, la Coalizione Nazionale di centrodestra del premier uscente Alexander Stubb, quarti i Socialdemocratici (34). 
«Il nostro Paese merita di meglio» aveva detto Sipila promettendo 200 mila posti di lavoro in dieci anni, una ventata di «spirito imprenditoriale, fiducia e coraggio». Ora tocca a lui rimettere in sesto finanze pubbliche e occupazione. Ingegnere 53enne che ha fatto fortuna nelle telecomunicazioni negli anni Novanta ed è stato eletto la prima volta deputato nel 2011, Sipila ha assunto nel 2012 la guida della storica formazione moderata. Il mix di successo personale ed estraneità ai giochi della politica ha convinto i ceti medi urbani e i conservatori delle zone rurali. «Sono molto soddisfatto, ci aspetta un gran lavoro» ha commentato in serata, mantenendo una sobrietà che si è imposta nella sua campagna elettorale dopo la tragica perdita, lo scorso febbraio, del figlio ventenne Tuomo.
Sipila aveva subito indicato l’euroscettico Soini come possibile partner: un alleato che rassicura l’elettorato per la difesa del welfare ma rischia di complicare le relazioni con l’Europa — e che non ha mai fatto mistero di volere il ministero degli Esteri. Nelle prossime settimane si definirà la coalizione di governo. «Questo risultato permette molte combinazioni diverse» dice Sipila.
Tre anni di recessione e una disoccupazione spinta a livelli record (oltre il 9%) dalla crisi di campioni nazionali come Nokia e di settori non più strategici come la carta, hanno minato le certezze dei finlandesi che ormai non escludono di rivedere gli alti standard del loro stato sociale e i presupposti del modello «finlandizzazione» — la neutralità in politica estera resa necessaria dai 1.300 km di confine con l’ex Unione Sovietica e coltivata con pragmatismo aderendo all’Ue nel 1995 ma non alla Nato. Parla di un futuro ingresso nell’Alleanza Atlantica lo stesso Stubb, il custode dell’austerity che si è ritrovato a gestire l’insostenibile deficit dopo le dimissioni, nel giugno 2014, del primo ministro Jyrki Katainen, il «falco» oggi Commissario europeo al Lavoro e alla Competitività. In un quadro segnato da calo dei consumi e tagli alle esportazioni verso la Russia per le sanzioni internazionali legate alla crisi ucraina, la crescita dell’economia prevista per il 2015 è appena dello 0,5%. Lo scorso ottobre Standard & Poor’s ha tolto a Helsinki la tripla A. Urgono riforme e tagli alla spesa. Aria di burrasca a Nord.

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