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Schaeuble guarda al voto e boccia l’Eurobond

Appena Bruxelles compie lo storico passo e per la prima volta affaccia la possibilità di dotare la moneta unica di una sorta di Eurobond per spalmare tra i diversi governi i rischi dei debiti sovrani, da una Berlino già in campagna elettorale arriva lo stop di Wolfgang Schaeuble: «La nostra posizione di rifiuto degli Eurobond e di condivisione del debito non è cambiata», afferma il portavoce del ministro delle Finanze, «l’obiettivo è creare fiducia mantenendo la credibilità dell’eurozona». Il che «si ottiene con l’assunzione della responsabilità da parte dei diversi membri e attraverso riforme e abbattimento del debito». Ma la partita non è chiusa visto che diversi paesi, a partire da Francia, Spagna e Italia, credono nella proposta della Commissione europea.
Il dibattito partirà a ottobre, dopo le elezioni in Germania e in linea teorica verrà finalizzato al summit di fine anno. Bruxelles si augura che il “reflection paper” sulla riforma dell’eurozona che ha pubblicato ieri e si aggiunge a una serie di documenti sull’Unione del futuro – dalla difesa, al sociale fino al contrasto alla globalizzazione – venga usato dai leader come base di discussione nei negoziati d’autunno. E in effetti la squadra guidata da Juncker ha cercato un equilibrio tra le richieste dei falchi del Nord, non ancora pronti ad accordare fiducia ai partner del Sud e dunque proiettati sul rigoroso controllo di conti e riforme senza concessioni sulla mutualizzazione del debito, e appunto i governi mediterranei, che invece sperano in regole più favorevoli alla crescita. Su una cosa sono però tutti d’accordo: l’euro ha bisogno di una nuova governance visto che quella attuale durante la grande crisi ha mostrato tutti i suoi limiti. C’è un deficit tecnico e soprattutto politico nella guida economica dei partner della moneta unica. E si spera che tra Merkel e Macron possa sbocciare un compromesso equilibrato sul futuro dell’euro tra riduzione (Nord) e condivisione (Sud) dei rischi.
Da qui il documento presentato ieri dalla Commissione, che prevede una riforma in due step: alcune misure da prendere da qui al 2019, scadenza della attuale legislatura europea, e altre da chiudere entro il 2025. L’architettura immaginata da Bruxelles prevede un Tesoro della zona euro da creare prima del 2025 guidato da un ministro delle Finanze europeo che sarebbe contemporaneamente membro della Commissione e presidente di Eurogruppo ed Ecofin (ministri delle Finanze dell’eurozona e dei Ventisette). Se inizialmente in ossequio alle richieste di Berlino le riforme verrebbero spinte con la minaccia di togliere i fondi strutturali a chi non le fa, in un secondo periodo il super ministro userebbe un bilancio proprio per finanziare le riforme dei singoli governi. Guiderebbe anche il fondo salva-Stati (Esm) che sarebbe trasformato in un Fondo monetario europeo (cassaforte per i salvataggi sovrani e prestatore di ultima istanza con il completamento dell’Unione bancaria, previsto per il 2025) e soprattutto potrebbe emettere titoli di Stato europei. Inizialmente i Sovereign Bond-Backed Securities i cui rischi sarebbero ripartiti tra i governi dell’eurozona. Poi, entro il 2025, i Safe assets europei, simili agli Eurobond e che permetterebbero la condivisione dei rischi tra i soci della moneta unica. Infine sono immaginati tre fondi anticrisi: per proteggere gli investimenti pubblici che sono i primi a essere tagliati in caso di recessione, un meccanismo Ue di riassicurazione contro la disoccupazione già proposto da Padoan e un Fondo per i giorni di pioggia che accumulerebbe risorse dai governi e si finanzierebbe sui mercati per superare gli shock in caso di crisi.

Alberto D’Argenio

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