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«Scelte condivise con la Vigilanza, trattati come chi creò il marcio»

«Io e Alessandro Profumo abbiamo evitato il fallimento di Mps e la crisi sistemica che avrebbe coinvolto

di conseguenza milioni di depositanti. Credo che gli addetti ai lavori lo sappiano, di sicuro lo sanno le Autorità di Vigilanza a partire dalla Banca d’Italia che ci chiese di andare a Siena e che nel novembre 2011 era intervenuta con un finanziamento d’urgenza senza il quale gli sportelli non avrebbero riaperto. Non dico che ci saremmo aspettati un ringraziamento. Certo non avremmo mai pensato di essere condannati a una pena analoga a quella di chi prima di noi aveva fatto i danni e portato la banca in situazione di default». L’ex amministratore delegato di Mps Fabrizio Viola, arrivato a Siena con il presidente Profumo su richiesta della Banca d’Italia, ha aspettato cinque anni di inchieste e dibattimenti prima di parlare. Lo fa ora, dopo il deposito delle motivazioni della sentenza del Tribunale di Milano che lo ha condannato in primo grado a una pena di sei anni, insieme a Profumo, per falso in bilancio e aggiotaggio malgrado la pubblica accusa avesse chiesto il proscioglimento. I loro predecessori, Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, erano stati in precedenza condannati a 7 anni e mezzo. «La giustizia italiana ha messo di fatto sullo stesso piano noi e coloro che hanno distrutto la banca – osserva con amarezza Viola – non siamo stati noi a creare il “marcio” nel Montepaschi. Noi quel marcio l’abbiamo tirato fuori, a partire dalla scoperta del “mandate agreement” segreto che regolava i rapporti tra Mps e Nomura».

Partiamo dal suo arrivo a Siena nel 2012. In che condizioni si trovava il Monte dei Paschi?

Sin dal primo giorno di lavoro l’obiettivo principale era uno solo: continuare a tenere in vita la banca. Per poter rilanciare il Monte, occorreva prima assicurarsi che la banca continuasse ad esistere. Ci dedicammo d’urgenza alle azioni con priorità zero: messa in sicurezza dei profili di capitale e liquidità, rafforzamento del management, iniziative “crash” sulla componente dei costi.

Il salvataggio riuscì, ma il risanamento no. Tanto che ancora oggi la banca è in difficoltà e lo Stato azionista deve nuovamente intervenire. Perché?

È vero, non riuscimmo a completare il risanamento. Serviva più tempo. Tenga conto che oltre ai danni derivanti dalla gestione precedente alla nostra, il Monte dei Paschi si è trovato in quegli anni ad affrontare una crisi economica che in Italia ha portato a una caduta del Pil del 10% e contemporaneamente al cambio delle regole europee sui crediti deteriorati. Due elementi che hanno pesato su tutte le banche, è vero, ma che hanno avuto un effetto più devastante in una banca come il Monte che già si trovava per altri motivi in stato

di forte squilibrio economico/finanziario.

Veniamo più nello specifico al tema che è oggetto dell’inchiesta dei Pm e poi della sentenza del giudice: la contabilizzazione in bilancio dei due derivati Alexandria e Santorini stipulati dalla vecchia gestione. Cosa ha fatto quando trovò nella cassaforte dell’ex Dg Antonio Vigni il “mandate agreement” di Alexandria, fino ad allora segreto, che fece emergere le perdite? Tutto inizia da quel 10 ottobre 2012?

Ho fatto l’unica cosa da fare. Ho consegnato le carte a un ufficiale della Guardia di Finanza e, nel giro di poche ore, ho fatto arrivare una copia alla Consob e a Bankitalia. Poi con i nostri consulenti abbiamo studiato quali erano le ricadute sui conti della banca e a novembre abbiamo presentato una prima relazione al consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi. Il 6 febbraio 2013 un altro cda per esporre i numeri dell’esercizio 2012 e l’annuncio: il buco di Alexandria

e Santorini ammonta a 730 milioni. Infine il 28 marzo nuova riunione del consiglio per decidere i criteri di contabilizzazione dei due veicoli.

Il cda decise di mantenere la contabilizzazione a saldi aperti. Perché?

Il cda prese quella decisione sulla base delle istruzioni contenute in un documento congiunto di Bankitalia, Consob e Ivass. Mantenemmo in bilancio la contabilizzazione a saldi aperti ma contemporaneamente in una lunga nota integrativa si analizzavano le conseguenze della modalità alternativa di contabilizzazione, ovvero a saldi chiusi, al fine di assicurare la massima trasparenza al mercato e stante comunque l’incertezza interpretativa dei principi contabili internazionali riconosciuta anche dalle massime autorità italiane e anche europee.

Si arriva al 2015. Quando il consiglio di amministrazione decide di passare alla contabilizzazione a saldi chiusi. Per quale motivo? E con quale impatto sui conti del Monte

dei Paschi?

Il motivo è che nel 2015 la Consob, solo sulla base di nuovi elementi emersi dalle indagini della Procura di Milano, ha cambiato orientamento a favore del criterio a saldi chiusi. La differenza tra i due criteri era irrilevante da un punto di vista economico-finanziario e tutto era chiaro e trasparente agli occhi degli investitori. Questo il mercato l’aveva capito benissimo, tanto che quando la modifica del criterio è stata resa nota il prezzo di Borsa del titolo Mps non ha avuto reazioni significative. Né reazioni ci sono state da parte degli azionisti, con l’eccezione di Giuseppe Bivona, il finanziere che da tempo conduceva una battaglia giudiziaria contro di noi, dopo essere stato una delle controparti della banca senese negli anni della malagestio.

L’oggetto della sentenza riguarda sostanzialmente solo la contabilizzazione a “saldi aperti” in bilancio dei due derivati. Rifarebbe le stesse scelte?

Assolutamente sì.

La Procura di Milano, al termine delle indagini, aveva chiesto l’archiviazione per lei e per Profumo. Poi, a seguito dell’imputazione coatta, il non luogo a procedere. Infine, al termine dibattimento, la stessa pubblica accusa aveva chiesto l’assoluzione nei nostri confronti. Invece il giudice vi ha condannato. Non capita spesso. Come se lo spiega?

Non me lo spiego. Leggerò le motivazioni della sentenza. Posso solo ribadire di avere agito sempre con correttezza e trasparenza e avendo condiviso ogni passaggio con le Autorità

di Vigilanza. E con Profumo faremo ricorso in Corte d’Appello per chiedere la revisione

radicale della sentenza di primo grado. Purtroppo dovremo aspettare anni.

Dalle sue parole trapela una certa amarezza, come se lei e Profumo foste stati mandati allo sbaraglio dal sistema per tentare di salvare il Monte dei Paschi e poi abbandonati al vostro destino in Tribunale. È così?

Ribadisco che ogni decisione è stata condivisa sempre con tutte le Autorità di Vigilanza italiane ed europee. Aggiungo che, sulla base del codice civile, la responsabilità del bilancio è dell’intero consiglio di amministrazione e coinvolge anche collegio sindacale e società di revisione. Lungi da me l’idea di una chiamata di corresponsabilità di questi soggetti. La verità è che ci sentiamo tutti innocenti.

Ma a pagare siamo stati

solo io e Profumo.

Lei ha detto che operativamente rifarebbe le scelte che fece allora. Ma potendo tornare indietro nel tempo, risponderebbe ancora sì alla richiesta di Bankitalia di andare

a Siena per tentare di salvare

il Monte?

Ci penserei bene. Non una, ma almeno due volte.

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