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«Scelta inopportuna». Consulta nel mirino

La sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittimo il blocco delle indicizzazione delle pensioni deciso nel 2011 è «difficilmente comprensibile» e «rischia di far pagare il conto alle giovani generazioni». Lo sostiene Elsa Fornero, l’ex ministro del governo Monti. A difesa della sentenza si schierano il centrodestra e i leader sindacali, mentre critiche arrivano da alcuni costituzionalisti. 
Romano Prodi sul Messaggero si interroga su un possibile sconfinamento della Consulta: «Con questa decisione la Corte interviene nella discrezionalità della politica». L’ex premier non è insensibile al richiamo all’equità: «Ma è compito irrinunciabile del governo interpretare il modo in cui si esprima la solidarietà in un preciso momento storico». L’effetto evidenziato dalla Fornero, nell’intervista a Lucia Annunziata a «In mezz’ora», non è solo il buco di 15 miliardi nelle casse dello Stato: «La sentenza della Corte rimette al centro i diritti acquisiti. Bisognerebbe domandarsi chi paga il conto. La nostra riforma era stata fatta essenzialmente per ribilanciare i rapporti tra generazione». Non è d’accordo invece la leader della Cgil Susanna Camusso: «Le sentenze si applicano sempre, ancor di più quando sono della Consulta. Il dato vero è che si dovrebbe intervenire sulla legge delle pensioni che è piena di ingiustizie».
Quanto agli effetti, il presidente della Corte, Alessandro Criscuolo, ha precisato in una nota che «dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione, gli interessati possono adottare le iniziative che reputano necessarie e gli organi politici, ove lo ritengano, adottare i provvedimenti del caso nelle forme costituzionali». Ma, oltre al duplice effetto, il buco a posteriori nel bilancio dello Stato e la redistribuzione tra le generazioni, vengono chiamati in causa anche altri elementi che hanno portato alla decisione.
Il costituzionalista Andrea Manzella sottolinea due punti: «C’è un ritardo del Parlamento, che non ha nominato due giudici: la Corte era incompleta». Il voto del presidente, in una corte spaccata a metà, è stato decisivo: «In una decisione così importante, appellarsi al voto doppio del presidente, per quanto legale, è un’anomalia. Perché il presidente ha il vincolo di assicurare equilibrio al suo organo». Altra perplessità: «La Corte ha contestato la “insufficiente motivazione” del provvedimento governativo. Ma non si può creare una voragine nei conti dello Stato solo per questo motivo: mi pare una leggerezza e una sproporzione tra motivazione ed effetti». Punto sul quale concorda un ex membro della Corte, Antonio Baldassarre: «Gli atti legislativi sono liberi, non è obbligatoria la motivazione». Non solo: «In passato, tra gli anni ‘80 e ‘90, ci furono altri casi clamorosi. Si decise allora che la Corte non potesse portare aggravi pesanti e che i valori di bilancio entrassero nei valori costituzionali. Si si sarebbe potuto, per esempio, intervenire non retroattivamente, ma limitare al futuro gli effetti». Augusto Barbera, parla di una sentenza «sbagliata» e ricorda l’articolo 81 sull’equilibrio di bilancio: «La Consulta si è contraddetta: qualche mese prima, dichiarando l’illegittimità della Robin Tax, ne limitava gli effetti economici. Io credo che la Corte dovrebbe decidere, in questi casi, “pro futuro”. E poi, forse, in decisioni così gravi, servirebbe una maggioranza qualificata di due terzi, non lasciare al solo presidente il compito di giudicare».

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