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«Scelgano al concorso» Carriera delle toghe, la maggioranza è divisa

Che la giustizia fosse un campo minato per il governo, il premier Mario Draghi e la ministra Marta Cartabia lo sapevano dal giorno del giuramento. E puntualmente da allora — ormai siamo prossimi alla simbolica scadenza dei cento giorni — non passa settimana che qualcuno non inneschi uno degli ordigni disseminati, mettendo a rischio la tenuta della maggioranza su una materia giudicata essenziale per il buon esito dei finanziamenti europei del Recovery fund. L’ultima incursione è di ieri: un emendamento presentato da Enrico Costa, ex forzista passato con Azione di Carlo Calenda, che tenta di introdurre una separazione di fatto delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, senza passare dalla riforma della Costituzione secondo la quale le toghe appartengono a un unico ordine giudiziario e si distinguono solo per funzioni. Una proposta intorno alla quale s’è radunato un bel pezzo dell’anomala coalizione che sostiene Draghi: Lega, Forza Italia, +Europa e i renziani di Italia viva.

Il pretesto è la conversione del decreto legge anti-Covid, che all’articolo 11 prevede un concorso abbreviato per l’ingresso in magistratura: due sole prove scritte, anziché le solite tre, sorteggiate tra Diritto civile, penale e amministrativo. Siccome si potrebbe verificare il paradosso che un futuro pm non venga valutato attraverso un’esercitazione in Diritto penale, Costa propone che il candidato che vuole svolgere quella funzione lo dichiari — «a pena di inammissibilità» — al momento della domanda di partecipazione al concorso, e che per quella categoria sia obbligatorio l’esame scritto di penale.

«È un’occasione non da poco per separare di fatto le carriere dei magistrati a Costituzione invariata», ha ammesso il deputato-guastatore in un’intervista a Il Dubbio, quasi confessando una sorta di provocazione. Sulla quale però il governo deve fare attenzione. Perché se ai voti dei gruppi firmatari si sommano quelli di Fratelli d’Italia (unica forza di opposizione) si raggiunge la metà esatta della commissione Giustizia, dove il voto sull’emendamento è previsto per oggi. Le possibilità che passi sono scarsissime, tra ipotesi di inammissibilità e pressioni per il ritiro, ma Costa vuole qualcosa in cambio: ad esempio un ordine del giorno che impegni il governo a mediare e trovare una soluzione. Lasciando così che la mina venga disinnescata, ma piazzandone un’altra per l’occasione successiva.

Il nodo separazione

Il pretesto è il bando per magistrati dell’era Covid: sale la tensione con Pd e Movimento

Al di là del merito della questione — la separazione delle carriere è uno degli argomenti su cui l’intera magistratura s’è sempre schierata compatta per il no, evocando il rischio di un inevitabilmente controllo del potere esecutivo sui pm — l’iniziativa di Costa ripropone il problema di una maggioranza nettamente divisa al proprio interno: da una parte l’anima di centro-destra più Azione, Italia viva e +Europa, che può contare sull’appoggio di Fratelli d’Italia; dall’altra il Movimento 5 Stelle e il Pd, che a differenza dei grillini è disposto a mediare sui temi più «caldi», come il ripristino della prescrizione abolita dopo la sentenza di primo grado. Il leader leghista Matteo Salvini ha già messo mano all’arma referendaria, sostenendo la raccolta di firme per i quesiti proposti dai radicali, tra cui spicca proprio quello sulla separazione delle carriere. E il capogruppo renziano Ettore Rosato ha lanciato ieri un nuovo attacco: «Il governo ha la grande occasione di archiviare la triste pagina giustizialista he ha avuto come protagonista il M5S, ma che ha trovato anche in una certa sinistra partner silenziosi e compiacenti».

Nel suo ufficio al ministero Marta Cartabia continua a lavorare per presentare nei prossimi giorni gli emendamenti governativi per la riforma al processo penale, a cui seguiranno quelli sul Csm e l’ordinamento giudiziario, affinché possano raccogliere il consenso più vasto possibile. Confidando che non resti inascoltato l’appello dell capo dello Stato: «Confrontarsi è ben diverso che agitare le proprie idee come motivi di contrapposizione insuperabile».

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