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Scatta l’ora X delle assemblee

Aprile e maggio sono, da tradizione, i mesi dedicati alle assemblee societarie, l’occasione per gli azionisti di fare il punto sul bilancio dell’anno precedente e sulle prospettive per i mesi a venire. Un appuntamento che quest’anno assume un valore particolare tra le prospettive (ancora in cerca di conferme) di ripresa economica e i cambiamenti in arrivo nel settore del credito, con le ricadute attese su tutti gli altri comparti.

Compiti e poteri. L’assemblea dei soci è l’organo deliberativo delle società per azioni, alla quale partecipano tutti gli azionisti, direttamente o tramite delega (le procedure previste possono cambiare anche sensibilmente da un caso all’altro e vengono stabilite dallo statuto). L’assemblea può riunirsi in via ordinaria (l’esempio classico è quello relativo all’approvazione dei conti dell’esercizio precedente, ma il discorso vale anche per la nomina e revoca degli amministratori, dei sindaci e del collegio sindacale) o straordinaria (per esempio quando si tratta di deliberare sulle modifiche statutarie). L’assemblea ordinaria in prima convocazione è regolarmente costituita con la presenza di più di metà del capitale sociale e delibera a maggioranza assoluta. Mentre in seconda convocazione (quella che, nella maggior parte dei casi si rivela risolutiva) è sufficiente la presenza di un terzo del capitale e le delibere vengono assunte a maggioranza delle azioni votanti.

Segnali contrastanti dal fronte macro. Fin qui gli aspetti procedurali. Se si passa invece a una focalizzazione sul momento storico che stiamo vivendo, le assemblee 2015 assumono un’importanza particolare per capire quale direzione potranno prendere le varie società nei mesi a venire.

Dopo anni di crisi, tutti gli analisti sono oggi concordi nello stimare un 2015 di crescita per l’economia italiana, anche se le previsioni risultano molto distanti tra loro e non facile comprendere oggi quale impatto potrà avere l’atteso progresso del Pil sugli utili aziendali, in parte legati all’export (le attese su questo fronte sono particolarmente rosee alla luce dell’indebolimento dell’euro nei confronti del dollaro), ma al contempo zavorrati dai mancati investimenti degli ultimi anni (caratterizzati in molti casi dalla priorità assoluta di ridurre i costi). Né aiutano i dati di consuntivo relativi al primo scorcio dell’anno: da una parte crescono i contratti di lavoro a tempo indeterminato, ma dall’altro continua a salire la disoccupazione, vi sono segnali di robusta ripresa della fiducia tra le imprese (giunta ai massimi da tre anni), ma anche conferme sulla debolezza dei consumi (appena +0,5% nel corso dell’ultimo anno, per altro a fronte di una disponibilità rimasta invariata rispetto al 2013). Tutto questo mentre la pressione fiscale continua a salire, penalizzando così la capacità di spesa delle famiglie e di investimento da parte delle imprese.

Intanto l’incremento delle sofferenze bancarie non accenna a fermarsi (ha ormai raggiunto quota 185,5 miliardi di euro), mentre il tasso di ingresso in sofferenza delle società non finanziarie, segnala un’indagine Cerved, ha intrapreso il trend discendente e nel 2016 dovrebbe attestarsi al 3% contro il 3,7% di fine 2014. Un miglioramento riguarderà tutte le fasce dimensionali delle aziende e tutte le aree territoriali, anche se si arriverà alla fine del prossimo anno con una situazione nel Mezzogiorno (4,4% di tasso di sofferenza) ben più grave rispetto al Nord-Est (2,2%).

Le partite in gioco in ambito bancario. Le assemblee 2015 assumono un peso particolare in ambito bancario, alla luce della riforma voluta dal governo che costringe le undici popolari di maggiori dimensioni alla conversione in società per azioni. L’obiettivo è aumentare l’appeal presso gli investitori istituzionali con lo scopo di aumentare la robustezza di queste società, nella convinzione che questa strada possa aprire le porte a un atteggiamento meno restrittivo sul fronte delle erogazioni all’economia reale.

L’abbandono della struttura cooperativa, basata sul principio «una testa, un voto», a prescindere dalle azioni detenute, è un elemento di rottura per gli azionisti di queste banche. Così l’appuntamento assembleare diventa l’occasione per un confronto tra soci e management sul futuro delle aziende, con la prospettiva di fusioni e acquisizioni destinate a cambiare gli assetti che si sono sedimentati negli anni.

Un processo destinato a interessare anche gli istituti già costituiti in forma di Spa. Basti pensare al caso del Montepaschi, chiamato a deliberare su un aumento di capitale da 3 miliardi di euro, e che al contempo cerca un partner industriale (leggasi un’altra banca) disposto a finanziarne il rilancio.

Ci sono, poi, partite meno evidenti ai più, come quelle in corso per definire i nuovi assetti di comando negli istituti di credito. Molte di queste realtà, a cominciare dal leader Unicredit, sono infatti chiamate a rinnovare i consigli di amministrazione e cresce la pressione della Banca d’Italia perché si proceda con uno snellimento di questi organismi. Così si sgomita per non perdere la poltrona.

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