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Scatta la responsabilità ex 231

Se il contributo a fondo perduto risulta non spettante, scatta anche la responsabilità di cui al dlgs 231/2001 e sanzioni pecuniarie che potrebbero avvicinarsi al milione di euro: l’indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato punita dall’art. 316-ter c.p. rientra infatti tra i reati-presupposto della responsabilità dell’ente collettivo, con gravi conseguenze economiche e operative, sommandosi all’ingente esborso di denaro il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione e l’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi, oltre alla revoca di quelli già concessi.

Responsabilità 231. Essendo come visto indiscussa l’applicabilità del reato di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato a quanti, pur non avendone i requisiti, presentino l’istanza per il beneficio di cui al decreto Sostegni, nel caso in cui il beneficiario sia una persona giuridica, oltre al processo penale al legale rappresentante si rischia una speculare condanna alla società ai sensi del dlgs 231/2001, la cui disciplina si applica quando una fattispecie penale tra quelle tassativamente selezionate dal legislatore, quale proprio l’art. 316-ter c.p., risulti commessa nell’interesse o a vantaggio dell’ente, da parte dei soggetti apicali, o a seguito dell’omissione di controlli da parte dei vertici sui subordinati.

Sanzione pecuniaria. Prevede specificamente l’art. 24, dlgs 231/2001, che «in relazione alla commissione dei delitti di cui agli articoli 316-bis […] del codice penale, si applica all’ente la sanzione pecuniaria fino a cinquecento quote». Peraltro, se il profitto conseguito dall’ente è di rilevante entità si applica la sanzione pecuniaria da 200 a 600 quote.

Considerato che l’importo di una quota varia da un minimo di 258 a un massimo di 1.549 euro, ne deriva che la sanzione per le imprese a vantaggio delle quali sia stato indebitamente conseguito il contributo potrà arrivare addirittura a euro 929.400.

In particolare, sulla base dell’espresso dettato legislativo, il giudice determina il numero delle quote tenendo conto della gravità del fatto, del grado della responsabilità dell’ente, nonché dell’attività svolta per eliminare le conseguenze dell’illecito e per prevenirne di ulteriori, mentre fissa l’importo della quota sulla base delle condizioni patrimoniali dell’ente, così da assicurare l’efficacia della sanzione.

Sanzioni interdittive, pubblicazione della sentenza e confisca. La norma stabilisce altresì ulteriori dure misure, essendo testualmente previsto che «si applicano le sanzioni interdittive previste dall’articolo 9, comma 2, lettere c), d) ed e)». Il che si traduce nell’irrogazione del divieto di contrattare con la pubblica amministrazione; nell’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l’eventuale revoca di quelli già concessi; nonché nel divieto di pubblicizzare beni o servizi; oltre al possibile disporsi della pubblicazione della sentenza di condanna.

Infine, nei confronti dell’ente è sempre disposta la confisca del prezzo o del profitto del reato, con la precisazione che quando non è eseguibile direttamente, l’ablazione può avere a oggetto somme di denaro o beni di valore equivalente.

Esimente. Quale unica chance di salvezza per l’ente, un modello organizzativo idoneo e un sistema di controllo interno efficiente, che intercettino la mendacità della richiesta e facciano revocare la stessa prima dell’erogazione del contributo e quindi prima che il reato giunga a consumazione.

In tal caso, potrebbe infatti essere invocata l’esimente di cui all’art. 26, comma 2, dlgs 231/2001, secondo la quale «l’ente non risponde quando volontariamente impedisce il compimento dell’azione o la realizzazione dell’evento».

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