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Scaroni: «Totalmente estranei»

La prima reazione a caldo Paolo Scaroni, numero uno dell’Eni, la detta all’Ansa alle 17, venti minuti dopo che la notizia dell’avviso di garanzia a suo carico per corruzione internazionale, nell’ambito dell’inchiesta milanese su una presunta maxi-tangente pagata da Saipem per ottenere appalti in Algeria, viene rilanciata da Repubblica.it e ripresa dalle agenzie di stampa. «Siamo totalmente estranei», si limita a sottolineare l’amministratore delegato. Un’ora dopo arriva il comunicato stampa diramato dal Cane a sei zampe. Poche righe, concordate con l’ufficio legale, come per tutte le comunicazioni societarie, in cui il gruppo, dopo «aver preso atto che la procura ha esteso le indagini nei confronti di Eni e del suo amministratore delegato», ribadisce con forza la totale estraneità di Scaroni e di Eni alle vicende oggetto di indagine.
Nello scarno comunicato la società ribadisce di aver fornito e di voler continuare a fornire «la massima cooperazione alla magistratura» e ricorda anche come, a fine novembre, quando l’inchiesta della procura di Milano sulle presunte tangenti pagate in Algeria da Saipem coinvolse i vertici di quest’ultima, sollecitò la sua controllata – Eni detiene il 42,9% di Saipem, autonoma però dal punto di vista operativo e gestionale – affinché «mettesse in atto tutte le più opportune azioni di verifica interna, di cooperazione con la magistratura e di discontinuità organizzative e gestionali che hanno portato alle dimissioni e licenziamento di diversi ruoli apicali di Saipem coinvolti nelle attività oggetto di indagine».
La notizia dell’indagine milanese condusse così a stretto giro al passo indietro dell’ad Pietro Franco Tali, sostituito da Umberto Vergine, alla sospensione cautelare di Pietro Varone, chief operating officer dell’area Engineering&Construction di Saipem, raggiunto già a novembre da un avviso di garanzia, e a un analogo provvedimento anche nei confronti di un altro dirigente di livello intermedio. Ma l’inchiesta milanese ebbe ripercussioni anche all’interno del Cane a sei zampe con l’uscita di scena di Alessandro Bernini, allora cfo di Eni e con un trascorso in Saipem di cui è stato direttore finanziario fino al 2008. Bernini non era ancora indagato a novembre, ma il suo allontanamento fu considerato necessario per meglio tutelare gli interessi di Eni.
Massima discontinuità, dunque, come aveva chiesto peraltro lo stesso Scaroni in una lettera inviata al presidente di Saipem, Alberto Meomartini (si veda anche articolo a lato), pochi giorni prima che venisse resa nota l’indagine a carico di Saipem.
A Scaroni i magistrati milanesi contestano di aver incontrato almeno una volta a Parigi Farid Noureddine Bedjaoui, considerato vicino al ministro algerino dell’Energia Chekib Khelil e indicato, nelle carte dei pm, come «l’intermediario», con la sua società Pearl Partners Limited, per le presunte tangenti pagate da Saipem.
A quella riunione, che avvenne nel 2007, è la tesi della società, Scaroni, accompagnato da Antonio Vella, responsabile di Eni per il Nordafrica – ma non anche da Varone come sostengono invece i pm – incontrò Khelil e Bedjaoui che gli fu presentato come il «segretario particolare del ministro». Un confronto di routine, dunque, per fare il punto con Khelil non degli appalti di Saipem – che non fu menzionata – ma delle attività di Eni nel Paese, come era già avvenuto in altre circostanze considerando il ruolo strategico del ministro per il business di Eni in Algeria. Per questa ragione Scaroni ha incontrato Khelil più volte, quindi, ma non ha mai più rivisto Bedjaoui dopo quella circostanza.
Una versione diversa da quella dei magistrati che, va detto, non hanno ancora convocato l’amministratore delegato per sentire il suo racconto. Quando ieri i militari della guardia di finanza sono arrivati negli uffici milanesi e romani di Eni, nonché nell’abitazione meneghina dell’ad, Scaroni non era presente ma si trovava ad Algeri per un incontro con il ministro del Petrolio, Youcef Yousfi. A casa di Scaroni, avvisato telefonicamente dell’arrivo delle fiamme gialle, c’era soltanto il personale di servizio. Da qui, come pure dall’ufficio dell’ad nel quartiere generale di San Donato Milanese, gli uomini della guardia di finanza sono andati via prelevando un computer, mentre non hanno prelevato nulla dalla sede romana del Cane a sei zampe all’Eur. Poi, nel pomeriggio, il numero uno dell’Eni è rientrato a Milano per gestire direttamente la vicenda e concordare la risposta della società all’inchiesta milanese.

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