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Scaroni fissa le condizioni per Snam

MILANO — L’uscita da Snam non sarà indolore ma certamente «non deve indebolire» l’Eni. Il messaggio di Paolo Scaroni è inequivocabile. Mentre il governo si appresta a varare il decreto con cui saranno definite le modalità di scorporo di Snam, l’amministratore delegato del Cane a sei zampe ha approfittato dell’assemblea annuale per fissare dei paletti affinché «una rinuncia che ci è stata imposta» non comprometta il bilancio dell’Eni. «Il governo — ha spiegato Scaroni, rispondendo così anche alle perplessità di Knight Vinke, il fondo attivista che da tempo chiede lo scorporo di Snam — ha lo stesso interesse che abbiamo noi a guadagnarsi la credibilità su mercati finanziari». E un ritardo certo non sarebbe un bel segnale.
Scaroni ha fissato tre paletti per la cessione. Innanzitutto «questa operazione deve avvenire nell’interesse degli azionisti del gruppo». Ma non deve penalizzare i soci della Snam, di cui l’Eni ha il 52%. Infine «dobbiamo uscire da questa operazione più forti e non più deboli». Tradotto in cifre, il Cane a sei zampe «dovrebbe uscire da Snam con grosso modo 7 miliardi di cassa e 11,3 miliardi di minor debito» riducendo così l’esposizione del gruppo da 26 a 8 miliardi di euro, ha detto Scaroni, ricordando al governo che il gruppo petrolifero sta «per affrontare un piano di investimento che è il più importante della nostra storia e che si basa sulle scoperte E&P e che ora dobbiamo trasformare in produzione. Soltanto in Italia, esclusa Snam, investiremo 8 miliardi». Insomma, le modalità della cessione vanno ben ponderate per evitare di indebolire il gruppo e compromettere gli investimenti. Tanto più che il 2012, ha detto Scaroni, «si è aperto con prospettive incerte».
Nonostante le condizioni di mercato, ai soci l’amministratore delegato ha dipinto un quadro ottimistico. Il 2011 «è stato un anno di grandi progressi per le prospettive di crescita a medio e lungo termine» del gruppo che nei prossimi quattro anni «grazie al suo eccellente posizionamento strategico — ha spiegato il manager —, continuerá a generare risultati al top dell’industria». E nel 2015 l’Eni sarà «in condizione di superare l’obiettivo storico» di una produzione di 2 milioni di barili al giorno.
Ai soci ieri Scaroni ha presentato un bilancio chiuso con quasi 7 miliardi di euro di profitti, che porteranno circa 1,1 miliardi di euro nelle casse della Cdp, primo socio dell’Eni, e circa 163 al ministero dell’Economia. Ministero che, con l’occasione dell’assemblea, come aveva già fatto con l’Enel, ha chiesto al Cane a sei zampe moderazione nelle retribuzioni dei manager. La raccomandazione è di «adottare politiche ispirate al massimo rigore e contenimento della determinazione delle remunerazioni». Non è un richiamo, tanto che il rappresentante di Via XX Settembre ha votato sì alla relazione sulle remunerazioni, ma una richiesta in linea con la policy del governo. La retribuzione di Scaroni è «inferiore del 33% alle major del petrolio» e «inferiore dell’8% alle prime 20 società europee per capitalizzazione» ha risposto in assemblea il presidente del compensation committee dell’Eni, Mario Resca, assicurando che il gruppo «ha tenuto conto e continuerà a tenere conto delle indicazioni del ministero dell’Economia».

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