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Scardovi “Il fondo Hope porterà il private equity ai piccoli risparmiatori”

Il progetto promette una rivoluzione: portare il private equity alle masse. O perlomeno ai piccoli risparmiatori, che con un gettone d’ingresso di soli mille euro potranno affacciarsi a un tipo di investimento di norma riservato a capitali ben più sostanziosi. Il progetto si chiama Hope, come speranza, e la speranza – dice il fondatore Claudio Scardovi, lunga carriera nella consulenza aziendale e nella finanza – «è quella che vogliamo dare all’Italia, offrendo alle famiglie l’opportunità di investire nell’economia reale con condizioni e modalità finora riservate solo ai grandi investitori».E in che cosa si distingue Hope da altre iniziative di questo tipo?«È la prima volta che nasce una Sicaf, ossia una società a capitale fisso solitamente riservata ai grandi investitori, aperta anche al pubblico retail. Il nostro vero tratto distintivo è quello di proporre un capitalismo inclusivo per famiglie. Per farlo ci abbiamo messo più tempo che se avessimo lanciato una normale Sicaf.Sono serviti dodici mesi di lavoro, anche con il forte contributo delle autorità competenti come Bankitalia e Consob. Ma ne è valsa la pena».Hope è stata definita come il primo fondo sovrano di privati. È di questo che si tratta?«In Italia ci sono oltre 4 mila miliardi di risparmio delle famiglie sui conti correnti o in Btp. Una ricchezza enorme che si può indirizzare verso due comparti: quello tradizionale delle piccole e medie imprese italiane, che vale anch’esso circa 4 mila miliardi, e i progetti di sviluppo immobiliare, riqualificazione urbana e infrastrutture, che valgono circa 8 mila miliardi. Noi vogliamo dirigere il risparmio verso le imprese e le città o le aree di eccellenza del Paese. E farlo con politiche che puntino alla sostenibilità finanziaria, ma anche sociale, mettendo al centro l’ambiente, la parità di genere, l’attenzione ai giovani».Sarete una holding che punta a quotarsi in Borsa, una Società Benefit, e una Sicaf con una piattaforma di investimento Pir Alternativo. I Pir, però, dopo un buon inizio non sono stati un successo in Italia. Perché i vostri dovrebbero andare meglio?«I Pir Alternativi nati dopo il 2020 avevano soprattutto un problema di fiscalità. Finora erano monobanca, monocomparto, monocanale, ma con noi questi aspetti spariscono. Il nostro primo prodotto è un multistrategy e l’asset allocation sarà decisa dal board di Hope che è composto tutto da consiglieri indipendenti di prim’ordine, come Stefano Caselli e Lucrezia Reichlin.Finora ai risparmiatori retail sono state riservate strategie di Serie B. Noi invece puntiamo a dare loro una squadra all’altezza dei principali fondi sovrani mondiali».Nel comitato di sostenibilità ci sono l’atleta Larissa Iapichino, la modella Bali Lawal, l’attrice Cristiana Capotondi. Perché?«Perché si parla tanto di Next Generation Eu, ma poi i soldi vengono gestiti sempre e solo da sessantenni o settantenni. Invece vogliamo che quando esaminiamo un progetto di sviluppo immobiliare ci sia anche chi ci spiega che cosa serve ai ragazzi in un’area di periferia: meglio una pista di atletica o un teatro? Vogliamo essere pop. Ci rivolgiamo alla pancia del Paese e vogliamo fare anche “investeinment”, ossia investimenti ed entertainment insieme. Vogliamo raccontare ai nostri clienti delle storie di aziende o di aree da riqualificare a cui possano appassionarsi».Quali soci in questa iniziativa e quanto contate di raccogliere?«Abbiamo più di 40 soci, che vanno da grandi gruppi come Unicredit, Amundi e Banca Generali, a banche di medie dimensioni come Bper e Banco Bpm, a una serie di investitori individuali, me stesso compreso, a family office. Il nostro obiettivo è raccogliere circa 10 miliardi nel medio-lungo termine, al 90% proprio dal pubblico retail. Partiremo a valle dell’approvazione del prospetto con un primo target di raccolta di 500 milioni».Private equity significa di solito ritorni a due cifre. Anche il vostro darà gli stesi risultati?«È il nostro obiettivo, anche se rispetto ai fondi chiusi tradizionali qui avremo dei rendimenti di tesoreria che potranno ridurre di qualche punto il rendimento rispetto a chi “chiama” i soldi degli investitori appena prima di concludere un affare e poi glieli restituisce appena venduto».Che cosa direbbe a una famiglia che voglia lanciarsi nei Pir alternativi investiti sull’Italia?«Che può valere senza dubbio la pena di investire dal 3 al 5% del proprio patrimonio in questi strumenti».

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