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Scandalo Libor, primi arresti a Londra

Il caso Libor esce dal recinto delle gravissime irregolarità amministrative ed entra, formalmente, in quello penale per volontà del Serious fraud office (Sfo) di Londra.
La squadra antifrode britannica ha confermato di aver arrestato tre operatori sospettati di aver contribuito ad aggiustare il tasso interbancario, falsando contratti per migliaia di miliardi di dollari. Si tratta di Tom Hayes di 33 anni, già al macro-desk sui prodotti derivati di Ubs (nel periodo dal 2006 al 2009) e più recentemente impiegato da Citigroup al desk di Tokyo (fino al 2010), e di due dipendenti della società di brokeraggio RP Martin di cui non sono state confermate le generalità (si è appreso solo che hanno 41 e 47 anni). Sono tutti cittadini britannici e attualmente residenti a Londra, come ha chiarito un portavoce dell’Sfo.
Il ruolo specifico ricoperto dai tre nella frode non è ancora chiaro, anche perché gli interrogatori sono proseguiti per tutta la giornata, ma è ragionevole immaginare che siano stati identificati attraverso le e- mail che si scambiavano nelle trading room delle banche. Messaggi espliciti, in cui i traders chiedevano ai loro colleghi, incaricati di fissare il tasso del giorno, “numeri” più congeniali al buon esito delle loro operazioni in corso.
Il Libor, lo ricordiamo, viene fissato consultando una dozzina di banche che indicano il “rate” con il quale ritengono di potersi finanziarie; la quota più elevata e la più bassa sono poi eliminate; la media del resto diviene il London interbank official rate per gli operatori di tutto il mondo.
Un mercato da 300mila miliardi di dollari che regola prodotti finanziari di ogni genere in tutto il mondo, inclusi i mutui immobiliari. Le ricadute di un maneggio gigantesco possono essere state enormi e infatti si allunga ogni giorno la lista di cittadini ed enti decisi a fare causa per ottenere il risarcimento del danno. Operazioni complesse, ma non impossibili già avviate sia negli Stati Uniti sia in Gren Bretagna.
La svolta penale, sebbene attesa, rimescola completamente le carte aprendo scenari difficili da immaginare per tutte le banche coinvolte, una decina almeno. I nomi più gettonati in questi mesi di indagini – lo ricordiamo – sono quelli di Barclays, Hsbc, Rbs, Ubs, ma anche Deutsche e JP Morgan.
Fino ad ora il prezzo più alto lo ha pagato Barclays sia in termini economici – con una multa che nel complesso sfiora il mezzo miliardo di dollari – sia come ricaduta sulla struttura manageriale dell’istituto.
La banca britannica è stata letteralmente decapitata con le dimissioni del presidente Marcus Agius, del chief executive Bob Diamond e del chief operating officer, Jerry del Missier.
Non solo. Anche la corsa per la poltrona di governatore della Bank of England è stata lambita dallo scandalo, avendo fortemente indebolito la candidatura di Paul Tucker, il favorito alla successione di Mervyn King. Tucker era accusato di aver avuto rapporti eccessivamente confidenziali con Diamond e, anche per questo, il Cancelliere George Osborne gli ha preferito il canadese Mark Carney.
Il Libor è dunque una tempesta che a giorni si abbatterà sul colosso svizzero Ubs. È attesa in tempi brevissimi la chiusura della transazione fra la banca elvetica e le autorità americane e britanniche, su un importo che si ipotizza molto superiore a quello pagato dalla Barclays. Resta poi da vedere il destino della Royal Bank of Scotland, che ha già riconosciuto il proprio ruolo ed è in piena fase di trattative per cercare di raggiungere un accordo sui due lati dell’Atlantico. Uno sviluppo che viene atteso probabilmente entro Natale.

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