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Scandalo Libor, al via il processo penale

«L’unica motivazione: avidità». Il rappresentante dell’accusa scandisce quel “greed” con la forza che l’oratoria del giurista impone, svelando un apparente, inspiegabile senso di sorpresa. E che altro poteva muovere l’ingegner Tom Hayes, un debole per la matematica e una passione per addomesticare i numeri, ad agire illecitamente nelle trading rooms di alcune fra le maggiori banche? Solo la cupidigia, avrebbe sentenziato anche il signor La Palice. Caccia al facilissimo guadagno da condividere con qualche altro fellone seduto nel desk di una banca concorrente, ma che il sistema ha reso complice.
Il caso Libor sbarca in tribunale a Londra. Southwark Crown Court per l’esattezza, dove da ieri e per le prossime dodici settimane va in scena la prima assoluta di un banker britannico chiamato alla sbarra per rispondere, in un’indagine penale, di aver aggiustato il tasso interbancario, deviando il costo del denaro di frazioni invisibili di punto, ma sufficienti per generare una truffa infinita costata, fino ad ora, 9 miliardi di penali a una decina di banche e una cifra mai quantificata a cittadini e imprese.
Trentacinque anni, affetto da una forma lieve di Asperger, considerata sindrome cugina dell’autismo, Tom Hayes, scuoteva la testa mentre l’accusatore, Mukul Chawla, lo descriveva come il ringleader , il capo di quella banda di traders impegnati a dare indicazioni fasulle per deviare il fixing gestito, all’epoca, dalla British banking association. Che per molti era, in realtà, come piazzare una volpe sulla porta del pollaio. Cattiverie, probabilmente.
Continua pagina 27 Leonardo Maisano

 

Londra
Continua da pagina 25 È un fatto, comunque, che mentre il caso Libor torna alla ribalta giudiziaria, in Gran Bretagna si torna a parlare di regole e regolatori con ombre stese anche sulla Banca d’Inghilterra per la gestione, leggera, del caso Forex. Uno scandalo alla volta, però. E ieri il palco spettava a Tom Hayes che rischia 10 anni di galera. Le accuse sono pesanti. Otto capi d’imputazione per reati compiuti fra il 2006 e il 2010 insieme con altri traders che a vario titolo appariranno, nei prossimi mesi, in tribunale. Ventuno in tutto, attendono il processo che si sta rivelando anche un banco di prova per la sopravvivenza del Serious fraud office, l’ufficio inquirente britannico sospettato di scarsa determinazione rispetto alle analoghe strutture degli Stati Uniti. L’accusa ieri ha voluto chiarire che il biondino seduto di fianco al suo avvocato, era il capo. «Agiva al di sopra degli altri…era al centro del sistema…diceva che cosa fare e otteneva dai complici i comportamenti desiderati…», ha insistito Mukul Chawla. E i migliori, Tom, li premiava anche, a dare retta all’accusa, nonostante lui, l’imputato, neghi di aver commesso reati. Non di aver agito, ma nega di aver agito con dolo, con l’esplicita volontà di truffare. Nonostante l’avidità che lo affliggeva, o meglio che affliggeva il sistema. «Il punto è che si vuole tutto, perché questo è il criterio con cui si è giudicati, questo è il criterio di valutazione della performance» aveva dichiarato Tom agli inquirenti nel 2013 quando fu arrestato. E queste stesse parole Mukul Chawla le ha riportate in aula scolpendo, una volta di più, l’immagine del banchiere dalla brama insaziabile. Greed dunque, che per ora non risulta fra le possibili attenuanti anche per un’ombrosa superstar come si narra sia stato il giovane Tom. Di lui, i conoscenti, dicono che fosse un timido, con comportamenti sociali bizzarri, ma certamente molto intelligente sotto una crosta di eccentricità.
Tom, in effetti, non è uno qualsiasi. Prima di essere licenziato in tronco da Citi nel 2010 quando operava da Tokio sui derivati in yen, era stato un mito a Ubs dove era stato impiegato fra il 2006 e il 2009. Si narra che lui da solo abbia generato revenue per 260 milioni di dollari all’istituto svizzero, attirando l’attenzione dei cacciatori di teste, velocissimi nel reclutarlo per l’ultimo balzo in Citi. In nove anni ha bruciato tutto, in una corsa che dopo la laurea in ingegneria, doppiata da quella in matematica, lo aveva portato, giovane trainee, a Royal bank of Scotland. Era il 2001, Fred Goodwin diveniva ceo e per Rbs cominciavano gli anni ruggenti finiti contro il muro di Abn Amro, prologo alla nazionalizzazione di quella che fu la prima banca d’Europa. I primi passi di Tom sono stati svelti e sulla reputazione a Rbs era riuscito a incassare il passaggio a Royal bank of Canada. Un paio d’anni e poi via sull’onda dell’avidità verso Ubs e poi Citi. Un rimbalzare continuo con la determinazione di non rinunciare mai al solido network di conoscenze fra complici. Secondo l’accusa ha agito con banchieri di Hsbc, Jp Morgan, Deutsche, Rabobank, Ubs, Rbs per falsare la procedura di fissazione del tasso interbancario garantendo, indirettamente, a sé stesso e ai suoi complici un profitto economico.
Provare le accuse non sarà semplice perché dovrà essere scandagliato nel particolare il sistema arcaico e instabile che regolava il fixing del Libor. La reputazione degli inquirenti britannici è alla prova. Non solo perché con i colleghi americani impegnati nella stessa battaglia ci sono state frizioni, ma soprattutto per la tenuta del caso penale. Altri ventuno banchier attendono il processo, se Ton Hayes, il ringleader, dovesse essere riconosciuto non colpevole l’intero impianto accusatorio cadrebbe come un castello di carte. E come ultima beffa.

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