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Scandalo JP Morgan, Dimon in Senato: «È un caso isolato»

L’accoglienza non è stata delle più calorose per Jamie Dimon, chiamato ieri in Congresso a rispondere di perdite miliardarie sui derivati che hanno nuovamente scosso la fiducia nel sistema bancario americano: una mezza dozzina di manifestanti è entrata in aula e, prima di essere allontanata, ha salutato il chief executive e chairman di JP Morgan con uno slogan senza eufemismi: «Quest’uomo è un bandito». Ma davanti alle proteste e alle domande della Commissione bancaria del Senato su come la debacle sia stata possibile, Dimon ha difeso a spada tratta la sua reputazione e quella della banca: ha ammesso errori, affermando che «non si possono abbandonare disciplina e cautela sul rischio». E si è pentito d’aver inizialmente minimizzato la vicenda, definendola una «tempesta in un bicchier d’acqua». Ha però attribuito le maggiori responsabilità a dirigenti di rango inferiore, che pagheranno: «I clawback – la restituzione di compensi da parte di executive coinvolti nell’affaire – sono probabili».
Dimon ha assicurato che la posizione di capitale di JP Morgan, nonostate tutto, rimane una «fortezza», prevedendo «solidi profitti» nel secondo trimestre dell’anno. E ha garantito l’integrità del principale istituto americano: l’adozione di più flessibili modelli di valutazione del rischio nei mesi scorsi può aver aggravato le perdite, ha detto, ma JP Morgan «non è un hedge fund» e non ha coscientemente effettuato scommesse irresponsabili. La spiegazione va piuttosto trovata in operazioni di protezione dal rischio andate male, «mal concepite e mal supervisionate».
Lo scontro più duro e dagli esiti incerti, per il banchiere, è avvenuto con i senatori democratici che hanno domandato nuove strette nelle maglie della riforma finanziaria. Bob Menendez del New Jersey ha rinfacciato a Dimon le sue critiche alle riforme: «I contribuenti hanno svolto un ruolo crucale nel garantire la salute della vostra banca. Devono avere garanzie che non stiate lavorando contro legittimi sforzi di limitare il rischio». Dimon ha risposto di essere favorevole a molte nuove regole ma di ritenere che altre siano «insensate». Una delle più controverse, ancora da completare, è la Volcker Rule che dovrebbe vietare alle banche pericolose operazioni di trading per conto proprio di cui è ora sospettata JP Morgan.
Nel corso della testimonianza, la prima in pubblico dallo scoppio dello scandalo, Dimon ha descritto una serie di sviste e sottovalutazioni che avrebbero moltiplicato i rischi e che andranno corrette in futuro. Ha tuttavia precisato di esser stato messo al corrente solo genericamente delle strategie del Chief investment office, la divisione di JP Morgan che attraverso l’ufficio di Londra e il suo «trader-balena» Bruno Iksil ha accumulato perdite per almeno due e forse cinque miliardi con aggressive scommesse nei derivati sul credito aziendale. E ha detto di non averle mai approvate personalmente.

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