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Scandalo Barclays, il giorno delle scuse

LONDRA — Chi resta col cerino in mano? È venuto il momento di capire chi ha ordinato di manipolare i tassi Libor e Bob Diamond, amministratore delegato di Barclays dimissionario da ventiquattro ore, si chiama fuori. Io? No, ho saputo solo all’inizio di questo mese. «Chiedo scusa, sono arrabbiato e deluso».
E allora chi? Bob Diamond è un abilissimo giocatore di poker e tiene coperte le sue carte. Chiamato dalla commissione tesoro dei Comuni, ha perso un po’ di quella arroganza messa in mostra appena un anno fa quando si azzardò a dire che «il tempo dei rimorsi per i banchieri è finito». Adesso ci scherza sopra. Ne è ancora convinto? «Preferirei non rispondere» si lascia scappare perfido. Piuttosto, Bob Diamond preferisce proclamare: «Amo Barclays». Sarebbe davvero paradossale se fosse il contrario visto che il secondo istituto di credito britannico gli ha consentito di guadagnare più di cento milioni di sterline in sei anni.
E aggiunge con solennità: «Onestà, integrità e trasparenza, ecco i principi che sono alla base del nostro lavoro». Sarà. Ma adesso ci sono da respingere e in fretta le ombre dello scandalo. E «mister cento milioni» usa la tattica del mordi e fuggi: qualcosa rivela e poi batte in ritirata, pronto ad offendere più avanti. Per ora la sua linea è questa: allontanare il sospetto del coinvolgimento nella truffa, scaricare su tutti gli altri, cercando di mettere una pezza sulla Banca d’Inghilterra. Dunque, davanti ai parlamentari, Bob Diamond spara i suoi proiettili. Prima contro i pesci piccoli, ovvero 14 trader mariuoli di Barclays che, smascherati dalle email, hanno pilotato gli indici interbancari. Poi contro i pesci di medio-alta grandezza, ovvero il direttore generale di Barclays, Jerry del Missier pure dimissionario, «il responsabile dell’area che si occupa dei tassi Libor». Infine, Bob Diamond prende la mira contro i pesci grossi, ovvero la Financial Services Authority, l’autorità di controllo che ha ficcato il naso dentro la Barclays ma non ha scoperto alcuna irregolarità ed «era sempre soddisfatta della nostra collaborazione». E, ancora, contro il governo laburista in carica nel 2008 perché le pressioni sottotraccia arrivarono da lì. Infine, muoia Sansone con tutti i filistei, contro le 15 banche britanniche che intervengono nella determinazione degli indici Libor. «Noi stavamo meglio degli altri». Come dire: chi aveva bisogno di abbassare e manipolare i tassi erano le grandi sorelle della City, non noi.
In sospeso resta la Banca d’Inghilterra. Trascinata nel vortice per via di una nota interna a Barclays che chiamava in causa il vicegovernatore Paul Tucker (il quale ha chiesto di essere sentito con urgenza), ora Bob Diamond aggiusta il tiro: «Ha fatto il suo lavoro». Ossia, qualcuno del governo laburista (nessun nome) intervenne su Tucker nell’ottobre 2008 e lui parlò con Diamond ma senza chiedergli di manipolare o aggiustare i tassi Libor. Semmai, fu il direttore generale di Barclays, Jerry del Missier, a interpretare male le mie parole. Scaricabarile.
Le scuse ma nessun pentimento. Anzi. Se il premier David Cameron ricorda che a certi «banchieri non deve essere pagata la liquidazione», Bob Diamond replica: «Non mi interessa». Figuriamoci se accenna alla rinuncia dei 22 milioni di sterline per l’addio anticipato: fantascienza.

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