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Scambio d’identità, la banca risarcisce

La banca è responsabile, in solido con chi emette assegni a vuoto tratti da un conto corrente aperto a falso nome, se la fotocopia del documento acquisita è poco leggibile. Infatti, omettendo i più elementari controlli legati al rischio di rilasciare un libretto a persona diversa da quella erroneamente identificata, l’istituto viene meno all’obbligo di far uso di un grado di diligenza commisurato alla natura dell’attività esercitata. Lo puntualizza la Corte d’appello di Napoli, con la sentenza 3539 del 13 luglio scorso (presidente Sensale, relatore Marinaro).
Al centro della vicenda, un caso di omonimia. Un uomo, approfittando di avere le stesse generalità del cugino, apre un conto corrente a nome di questi e si fa rilasciare un libretto di assegni. Ne emette, poi, diversi senza copertura, tutti protestati per difetto di provvista. Ma il vero titolare, accortosi del raggiro, cita la banca e chiede sia la rettifica delle segnalazioni effettuate all’archivio della Centrale di allarme interbancaria presso la Banca d’Italia che il risarcimento del danno. Nell’istruire la pratica, rileva, l’istituto aveva aperto il conto sulla base di documenti falsi e poco leggibili.
Il tribunale, nel disporre la cancellazione dei protesti, boccia la domanda risarcitoria. Il correntista impugna la decisione insistendo, principalmente, per la condanna della banca, il cui promotore finanziario si era mosso «con colpevole superficialità», raccogliendo un documento d’identità recante data di nascita diversa da quella indicata sulla copia del documento fornitogli, la cui pessima qualità, peraltro, non consentiva neanche di esaminare la fotografia del volto del titolare.
Motivo accolto dalla Corte che – contrariamente a quanto deciso dal tribunale – ravvisa la responsabilità dell’istituto di credito: la fotocopia del documento era stata inserita in atti senza previo esame dell’originale o, in ogni caso, senza un contestuale esame per la verifica dei relativi dati. Mancanza grave, considerato che il direttore di filiale dell’epoca, rilevata l’omonimia, avrebbe dovuto «prestare ben altra cautela e rigore nel procedere con l’apertura del conto e con il rilascio degli assegni». La banca, quindi, era «venuta meno al suo obbligo di far uso di un grado di diligenza commisurato alla natura dell’attività esercitata, omettendo i più elementari controlli atti a evitare il rischio dell’apertura di un conto corrente e del connesso rilascio del libretto in favore di persona diversa da quella erroneamente identificata». Ed è noto, che «per il carattere dell’attività svolta dalle banche è dovuto un maggior grado di attenzione e prudenza nonché l’adozione di ogni cautela utile o necessaria richiesta dal comportamento diligente dell’accorto banchiere». Maggior grado di prudenza e attenzione – cui il funzionario incaricato è tenuto non solo nel predisporre contratti bancari, ma nel definire qualsiasi operazione (Cassazione, 11123/2015) – dalla cui inosservanza deriva la responsabilità extracontrattuale della banca, condannata, nel caso specifico, a risarcire il danno, in solido il “truffatore”, risultando provato (come esige la giurisprudenza: Cassazione, 7661/2015) il danno da illegittimo protesto.
Riconosciuto anche il danno non patrimoniale: l’onore e la reputazione, si sottolinea, costituiscono diritti garantiti dalla Costituzione, per cui, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata degli articoli 2043 e 2059 del Codice civile, la loro lesione «è suscettibile di risarcimento del danno non patrimoniale, a prescindere dalla circostanza che il fatto lesivo costituisca o meno reato» (Cassazione, 22190/2009).

Selene Pascasi

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