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Scambio dati con l’informativa

Scambio di dati tra p.a.: è possibile, ma i cittadini devono essere preventivamente informati. L’obbligo di informativa vale anche per gli enti pubblici. Lo ha precisato la Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza del 1° ottobre 2015, resa nella causa C-201/14. Il problema è sorto in Romania, dove alcuni lavoratori autonomi si sono lamentati del fatto che l’amministrazione tributaria ha trasmesso le loro dichiarazioni dei redditi alla locale cassa nazionale malattia, che ha richiesto il pagamento di contributi previdenziali arretrati.

Gli interessati si sono lamentati per il fatto che i propri dati personali sarebbero stati utilizzati a fini diversi da quelli per i quali erano stati inizialmente comunicati all’amministrazione tributaria, senza una preventiva informazione. Con la sentenza in esame, la Corte di giustizia ha stabilito che l’obbligo di trattamento leale dei dati personali richiede che un’amministrazione pubblica informi le persone interessate del fatto che i loro dati saranno trasmessi a un’altra amministrazione che li tratterà in qualità di destinatario. E una volta giunti all’ente destinatario, quest’ultimo deve rendere l’informativa su come verranno trattati i dati. La Corte di giustizia conclude, dunque, che il diritto dell’Unione europea esclude la trasmissione e al trattamento di dati personali tra due amministrazioni pubbliche di uno stato se le persone interessate non ne vengono preventivamente informate.

E in Italia?

La regola vale anche per l’Italia. Il codice della privacy italiano (articolo 13) impone l’obbligo di dichiarare nell’informativa l’ambito di comunicazione e diffusione dei dati. E l’informativa è un adempimento trasversale, che riguarda sia i soggetti privati sia i soggetti pubblici. Peraltro l’informativa all’interessato non è l’unico adempimento cui è subordinata la legittimità dello scambio dei dati tra pubbliche amministrazioni. Occorre, infatti, una previsione normativa, che si atteggia diversamente a seconda che si tratti di dati sensibili o di dati diversi da quelli sensibili. Nel primo caso è sufficiente una norma di legge o di regolamento o comunque il perseguimento delle finalità istituzionali. Per i dati sensibili ci vuole una espressa norma che qualifichi l’attività svolta come di rilevante interesse pubblico e le modalità di comunicazione, scambio o interconnessione devono essere specificamente descritti in un apposito atto regolamentare dell’ente. In caso di violazione dell’obbligo di informativa, scatta una sanzione amministrativa pecuniaria (articolo 161 Codice della privacy), che può arrivare fino a 36 mila euro.

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