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Scalata Parmalat, perquisite le banche


di Massimo Sideri

MILANO — La giornata della Parmalat ieri si è aperta con la Guardia di Finanza inviata dal magistrato Eugenio Fusco a perquisire gli uffici milanesi di Intesa Sanpaolo, di Societé Generale, del Crédit Agricole e di Lazard e quelli di Brunswick e Image Building, le due società che si sono occupate della comunicazione rispettivamente dei tre fondi esteri Skagen, MacKenzie e Zenit e di Lactalis. E si è chiusa con quattro indagati: sono Fabio Canè, manager di primo piano della banca milanese che aveva lavorato alla lista Bondi, la moglie Patrizia Micucci, capo dell’investment banking in Italia di Société Generale e sua concorrente al tavolo dei fondi, Carlo Salvatori, presidente di Lazard Italia, e Massimo Rossi, il manager «svedese» che era stato designato amministratore delegato ad interim nella lista dei fondi esteri. Per la Micucci, Salvatori e Rossi l’accusa è di aggiotaggio per aver «diffuso informazioni false e aver posto in essere artifizi concretamente idonei ad azzerare il corso della Parmalat» come si legge nei decreti di perquisizione delle Fiamme gialle. Per Canè— di cui i finanzieri hanno perquisito non solo l’ufficio, ma anche l’abitazione privata, i computer e l’automobile — l’accusa è di insider trading. Secondo il magistrato quest’ultimo reato si sarebbe consumato tra il 18 marzo, all’indomani del blitz dei francesi sull’ 11,42%della Parmalat, e il 22 marzo, quando dopo un rocambolesco week end di indecisioni da parte della «cordata italiana» e un viaggio notturno di Emmanuel Besnier a Milano, i francesi rilevarono a 2,8 euro il pacchetto del 15,3%in tasca ai tre fondi. In sostanza l’accusa è di pillow talk, cioè chiacchiere da cuscino, che possono essere penalmente rilevanti se, come aveva rilevato il Corriere, marito e moglie si trovano come rappresentanti di due cordate concorrenti davanti a uno stesso venditore. Secondo l’ipotesi di Fusco Canè avrebbe rivelato il prezzo di Intesa alla Micucci permettendole di chiudere la partita con un lieve ritocco verso l’alto dell’offerta. Il nucleo valutario della Finanza era stato messo al lavoro dal pm fin dalle prime battute. Ma è probabile che anche il venire meno della cordata italiana, sempre annunciata da Intesa ma mai concretizzata, abbia spinto ora il magistrato a tirare la rete a riva. Intesa Sanpaolo ha fatto sapere ieri di «non aver mai avuto evidenze di elementi in base ai quali ritenere l’operato di Fabio Canè lesivo degli interessi della banca» . Per Salvatori a finire sotto la lente del pm è stata un’intervista alla Voce di Parma, dove il manager suffragava l’idea— comunicata fin dall’inizio dai fondi quando, dopo che il Corriere aveva svelato il patto segreto, erano dovuti uscire allo scoperto— di un’operazione industriale il cui obiettivo era trasformare la Parmalat in un campione internazionale. Il gruppo Lactalis ha dichiarato di «non essere oggetto di alcuna indagine giudiziaria» . D’altra parte per adesso le prove sono indiziarie e dunque non sufficienti a chiedere l’avvio di un processo, fanno sapere fonti vicino alla magistratura. Intanto la Consob, che sta indagando sempre sugli stessi movimenti, dovrebbe dare il via libera ai documenti sull’Opa francese a 2,6 euro entro sabato. La Parmalat ieri ha chiuso a Piazza Affari sulla parità, pur restando sopra il prezzo dell’Opa, 2,636. Oggi il board della società potrebbe svelare la fairness opinion di Goldman. Che probabilmente sarà unfair: in poche parole Enrico Bondi potrebbe richiedere un ritocco verso l’alto come si attende il mercato.

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