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«Scadenze certe per l’industria Serve questo per ripartire»

ROMA – «Ci sono 8,8 milioni di lavoratori a casa, e sono tutti posti di lavoro potenzialmente a rischio, perché non sappiamo quante delle aziende chiuse riapriranno, dunque ogni giorno che passa mettiamo a rischio un certo numero di imprese. Questo è il tema principale che impone di riavviare le attività produttive». A ripeterlo è Licia Mattioli, vicepresidente di Confindustria, nelle ore finali della corsa per l’elezione alla presidenza dell’associazione di Viale dell’Astronomia, che la vede candidata e che si terrà domani.

In quale misura le produzioni italiane chiuse rischiano di essere soppiantate da altre imprese straniere che approfittano del blocco del made in Italy?

«Ma i casi, purtroppo, sono innumerevoli. Partiamo dai fornitori della meccanica, un settore dove la catena del valore all’estero continua a chiedere macchinari, componenti, ricambi e assistenza. Bene, in assenza di certezza sulle consegne delle forniture non si rivolgeranno in Italia ma altrove. E gli ordini persi rischiano di esserlo per sempre. La moda e il tessile sono a rischio: le collezioni estive o le consegni adesso o avrai perso la stagione, lascio immaginare cosa significhi in termini di impatto sui bilanci. Altro esempio: i nostri distretti della ceramica, un settore fermo mentre le aziende spagnole sono attive e garantiscono gli ordini. Stesso ragionamento vale per chi lavora l’acciaio. In sostanza l’imprenditore si ritrova nelle condizione di non sapere più cosa dire ai clienti e nel timore di perdere le commesse e posti di lavoro».

Si discute di avvio della fase 2, quale sono le reali priorità?

«La certezza delle date. Decidiamo che il termine è il 4 maggio, ecco una volta stabilito questo dobbiamo consentire già da oggi alle aziende di organizzare un piano di riapertura ordinato che garantisca sicurezza e produzione. Anche perché non è pensabile di schiacciare un tasto e riavviare tutto da un giorno all’altro».

Il sistema Italia, imprenditori compresi, deve rimproverarsi qualcosa per quanto accaduto nella gestione dell’emergenza?

«Non credo siano stati fatti particolari errori, del resto anche a livello istituzionale in molti hanno tardato a comprendere che non si trattava semplicemente di un’influenza molto forte. Piuttosto adesso la gestione dell’emergenza impone al governo di trovare risposte a tre esigenze. Risolvere il problema sanitario, comprendere quanto sia urgente il tema del lavoro e della salvaguardia dell’occupazione, e, terzo, scongiurare uno scollamento nella tenuta del patto sociale».

La barca è una sola, lo testimonia il fatto che ci sono tantissimi lavoratori che vogliono tornare in fabbrica o in ufficio

Nelle imprese ci sono sentori di un malessere sociale montante?

«Non per il momento, per fortuna prevale l’idea che la barca è una sola, lo testimonia il fatto che ci sono tantissimi lavoratori che vogliono tornare in fabbrica o in ufficio e riprendere a lavorare»

Il governo è chiamato a fronteggiare una stagione senza precedenti. Quali sono gli errori da evitare?

«Il primo errore è non decidere. Serve un piano di azioni con delle tappe chiare e definite».

L’Italia sconta un debito pubblico più elevato degli altri paesi, piaccia o meno usciremo dalla crisi ancora più indebitati e con più interessi da pagare, che sottrarranno risorse a scuola, sanità e tutte le misure per rilanciare il Paese.

«Credo nella linea indicata da Draghi. Il problema principale è garantire liquidità al sistema, il tema del debito pubblico è importante ma in questo momento la priorità è salvare il Paese».

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