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«Sbloccati 20 miliardi, ora il piano made in Italy»

«Il ritardo del decreto competitività? Nessun mistero, normale lavoro tecnico: la pubblicazione è questione di ore». Federica Guidi, ministro dello Sviluppo economico, prova a passare già alla fase 2 dopo l’approvazione delle norme sulla finanza per la crescita. Sul suo tavolo fanno capolino le stime sui 20 miliardi di nuovi finanziamenti alle imprese, il pacchetto made in Italy che sarà approvato dopo l’estate, le prime ipotesi di Agenda per il rinascimento industriale europeo.
Il semestre italiano di presidenza Ue è una finestra irripetibile. Come la sfrutterà il governo?
La mia intenzione è riprendere con forza l’obiettivo di 20% di Pil europeo espresso dalla manifattura. Un principio che sarebbe un peccato abbandonare, a maggior ragione in un semestre in cui la leadership sarà assunta dall’Italia, che resta a pieno titolo la seconda manifattura europea.
Il target, già annunciato, finora non è stato reso vincolante. Che cosa dovrebbe cambiare adesso?
C’è innanzitutto un’esigenza largamente condivisa su questo punto, che ho percepito nei mie primi incontri bilaterali incluso quello che ho avuto oggi con il ministro dell’Economia olandese. È chiaro tuttavia che l’Italia dovrà farsi sentire, ad esempio per riformare il Consiglio competitività che mi troverò a presiedere.
In che termini?
Il Consiglio va rafforzato sia nei poteri sia nella governance. Pensiamo a un organismo sul modello dell’Ecofin, con la capacità di leggere in maniera trasversale tutte le policy o le indicazioni che l’Europa prende: calcolando e anticipando le ricadute che ogni decisione potrà avere sui settori industriali.
La governance però va abbinata ai contenuti. C’è già un’Agenda della presidenza italiana?
Ci abbiamo lavorato, la stiamo già condividendo con i partner. Le dico i primi due punti: energia con il rilancio delle grandi infrastrutture, e in questo l’Italia può giocare un ruolo di hub continentale, e una massiccia opera di semplificazione e sburocratizzazione di vincoli che si sono sedimentati a livello europeo. Sui singoli dossier, poi, le posso ribadire la nostra posizione sul nuovo pacchetto clima-energia: l’Europa deve fare i conti con sistemi di competizione globali, per questo anche gli obblighi ambientali necessitano di una lettura più ampia che non può limitarsi ai Paesi membri.
E sul fronte italiano? La task force per l’Industrial compact che aveva preannunciato non è ancora arrivata.
È una questione di giorni, si sta per insediare. Devo confessarle che in questi mesi mi ha reso un po’ insonne il fatto che la parte di sviluppo industriale è stata annegata nella gestione di alcune emergenze che abbiamo trovato al nostro arrivo: l’attuazione dei decreti attuativi, le crisi aziendali, le misure sulla finanza per la crescita appena varate. Ma so benissimo che ora c’è bisogno di ragionare in termini di prospettiva. Per questo la task force sull’Industrial compact italiano entro l’anno produrrà un documento di sintesi sia sull’innovazione industriale sia sul rilancio dei settori manifatturieri di base, dall’automotive agli elettrodomestici alla siderurgia. Ma so che non basterà se non faremo anche una vera opera di eliminazione o riduzione di adempimenti burocratici che ricadono sulle imprese: e questo arriverà con una «regulatory review» entro l’autunno. Gli investitori esteri spesso non ci chiedono che certezze e possiamo fare molto anche con pochi oneri in meno e qualche procedura semplificata in più, come i nuovi visti veloci per chi investe in startup.
E il piano per il made in Italy. Che posto occupa nell’agenda di governo?
Siamo praticamente già pronti con un decreto legge. Ma motivi di gestione parlamentare dei provvedimenti ci inducono ad attendere la ripresa dopo la pausa estiva. Sarà un piano ambizioso per favorire l’internazionalizzazione delle nostre imprese anche modificando le strutture che se ne occupano. Interverremo anche sulla questione irrisolta dell’attrazione degli investimenti esteri definendo finalmente un unico interlocutore per le imprese straniere, poi vedremo se sarà un’Agenzia o una struttura già esistente alla quale però andranno compiti più chiari e definiti. Anche le ambasciate ci daranno una grossa mano, come prima sentinella sul posto per intercettare le intenzioni di investimento in Italia che, come ho avuto modo di appurare nei mie viaggi istituzionali, a partire da quello in Cina, sono sempre più concrete.
Ministro, torniamo per un attimo alla stretta attualità. Che fine ha fatto il decreto competitività? Non è stato ancora pubblicato sulla Gazzetta ufficiale: è vero che ci sono state criticità e problemi di copertura?
Non mi risultano problemi. Il pacchetto approvato il 13 giugno dal governo, tra competitività e Pa, è molto corposo e in questi giorni è stato svolto un normale lavoro sui testi, anche in vista di possibili spacchettamenti d’intesa con il Quirinale. E, per le coperture, le devo dire che si può fare sempre di più nella vita, ma nel complesso abbiamo lavorato bene d’intesa con il ministero dell’Economia anche per far fronte a inevitabili ragioni di tenuta dei conti.
Di certo l’allargamento del Fondo di garanzia, con relativo rifinanziamento di 500 milioni, non è mai andato oltre le bozze iniziali.
Su questo ci sentiamo tranquilli. Il Fondo funziona e, quando sarà necessario, potremo rifinanziarlo senza difficoltà. Così come confermo che raddoppieremo da 2,5 a 5 miliardi il plafond della “nuova Sabatini”.
Avete calcolato gli effetti delle misure per investimenti e credito?
Con questi interventi, uniti all’incentivo Ace per la capitalizzazione, pensiamo di poter dare uno shock all’economia reale. Il credito d’imposta per gli investimenti, che si affianca alla nuova Sabatini, serve a intercettare segnali di vivacità che giungono dal manifatturiero e in un anno può attivare 8 miliardi di spese agevolabili. Le misure di liberalizzazione del credito, per favorire canali alternativi a quello bancario, potranno invece liberare fino a 20 miliardi di finanziamenti aggiuntivi.
Intanto, però, ad attenderla c’è una valanga di ricorsi sullo “spalma incentivi” per l’energia rinnovabile. Sarà possibile una mediazione in Parlamento?
Si vedrà che cosa decideranno le Camere, non posso escludere miglioramenti o correzioni. Ma ci tengo a ribadire che quest’operazione, come questo governo ha già fatto con le riduzioni per Irpef e Irap, ha un’obiettivo di redistribuzione: qualche sacrificio per chi in questi anni ha goduto di extrabenefici per favorire una fascia di imprese che paga dal 30 al 50% in più rispetto ai concorrenti europei. Nel dettaglio, poi, ricordo che le riduzioni interesseranno solo il 4% degli impianti che beneficiano del 60% degli incentivi totali, in pratica 8mila operatori su 200mila. Per tutti invece ci saranno una serie di vantaggi in termini di semplificazioni sui nuovi impianti.
Sui debiti della Pubblica amministrazione il commissario Ue Tajani ha aperto una procedura per i tempi di pagamento. E sul nuovo piano di smaltimento degli arretrati sembra calato il silenzio. Che succede?
La procedura mi sembra comunque singolare viste le misure varate dal governo con il decreto Irpef, anche con l’anticipo della fattura elettronica e il monitoraggio per evitare strutturalmente che in futuro si ripresenti il fenomeno. E sul pagamento degli arretrati da completare entro il 21 settembre il governo ha preso un impegno. E finora gli impegni li abbiamo rispettati.
Tanti obiettivi, ma anche più di un intoppo. Dov’è finito il credito d’imposta per gli investimenti in ricerca approvato con il decreto Destinazione Italia? Mancano le coperture?
Direi piuttosto che sono state fatte delle verifiche insieme all’Economia, dove il decreto è alla firma del ministro. Ma le assicuro: renderemo operativa anche questa misura.

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