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Sbloccadebiti Pa: secondo flop, 110 milioni

Il primo tentativo di sbloccare i debiti commerciali di Regioni, aziende sanitarie ed enti locali era sfociato in una grossa delusione rispetto alle ambizioni del decreto di maggio: su 12 miliardi messi a disposizione, le amministrazioni ne avevano chiesti meno di due. Di qui il rilancio tentato con il decreto Agosto: ma il bis si è rivelato molto peggio dell’originale, con poche decine di amministrazioni che in tutto hanno chiesto 110 milioni di euro.

L’occasione, insomma, è stata persa. Il nuovo sblocca-debiti puntava a cancellare fino al 70% delle vecchie fatture accumulate dalle amministrazioni territoriali. Invece si limita a sforbiciarne circa il 10%.

E l’occasione era unica. Perché lo stato d’eccezione prodotto da una crisi che ha fatto saltare tutte le briglie ordinarie dei conti pubblici aveva permesso al decreto di maggio di crescere fino a dimensioni inedite, totalizzando la cifra record di 155 miliardi in termini di saldo netto da finanziare. Il governo aveva deciso di utilizzare un contesto del genere anche per risolvere una serie di vecchie partite: tra cui appunto quella dei debiti accumulati dalle Pubbliche amministrazioni nei confronti dei loro fornitori, su cui l’Italia sta combattendo una partita negoziale in Europa per evitare le sanzioni dopo la condanna decretata dalla Corte Ue.

Ne era scaturito un fondo potenzialmente enorme, 8 miliardi per Regioni ed enti locali e 4 per le Asl, sotto forma di anticipazioni di liquidità da Cassa depositi e prestiti, e un calendario molto rilassato che permette di restituire i prestiti in 30 anni. Il tutto condito da un tasso decisamente leggero per un orizzonte così lungo, l’1,226%, reso possibile da uno scenario dominato dagli interessi appiattiti dagli interventi non convenzionali della Bce.

Un’autostrada. Rimasta però praticamente deserta. Per diverse ragioni.

Anche in questo caso l’eterna complessità dell’amministrazione italiana aiuta a trovare qualche spiegazione. In questi anni il ritmo medio dei pagamenti pubblici è decisamente migliorato. Ma indietro è rimasto il gruppone degli enti più problematici, spesso ricchi di storie di debiti risalenti nel tempo e complicati da ricostruire in tutti i passaggi che si snodano all’interno di un quadro amministrativo non proprio ordinato. Quando è così, tutto spinge a non pagare: perché se carte e bolli non sono a posto il pagamento espone i funzionari al rischio di danno erariale, che invece rimane silente prima che si azioni la cassa.

Nella pratica, allora, gli incentivi a non pagare spesso si rivelano spesso più forti di quelli a pagare. Lo sblocca-debiti, in linea con l’emergenza-liquidità determinata in molte aziende dalla crisi, ha chiesto agli enti di liquidare le fatture arretrate entro 30 giorni dall’arrivo degli anticipi di Cdp. Anche questo calendario stretto può aver raffreddato molti enti, impegnati a gestire in Smart Working il caos ordinario e la pioggia normativa dei decreti anti-crisi, che hanno quindi preferito non aderire. Del resto non c’era nessun obbligo.

Nemmeno questo però basta a spiegare la latitanza quasi generalizzata, soprattutto da parte delle amministrazioni del Centro-Sud (con l’eccezione del Comune di Napoli che ha chiesto quasi mezzo miliardo) e delle Aziende sanitarie, cioè i settori della Pa locale in cui i pagamenti in tempo continuano a essere un problema. D’altro canto i tempi contingentati nascevano dall’obiettivo di mettere in fretta ossigeno finanziario nelle imprese più colpite dalla gelata da Covid: come l’edilizia, nel caso di Comuni e Province, o il settore sanitario, a cui contemporanemente la pandemia ha chiesto di moltiplicare gli sforzi nelle forniture. Ma alla chiamata di Cdp le Asl non hanno risposto.

Ancora una volta, il problema è quello dell’efficacia di incentivi e disincentivi. La minaccia nei confronti di chi avesse sforato i 30 giorni dopo aver chiesto il prestito alla Cassa era in realtà piuttosto morbida, perché il ritardo avrebbe dovuto pesare «ai fini della valutazione delle performance dei dirigenti». Non proprio un’arma appuntita. Una sanzione reale, che riduce le capacità di spesa corrente perché impone agli enti cattivi pagatori di accantonare una quota di risorse misurata in base allo stock del debito arretrato e ai ritardi delle fatture, è finita in Gazzetta Ufficiale con la legge di bilancio del governo Conte-1. Scritta a fine 2018 per partire davvero nel 2020, la norma è stata congelata per un altro anno dalla prima manovra del Conte-2. E non è complicato immaginare che tornerà in discussione con la nuova legge di bilancio. Al Mef si punta a evitare nuovi rinvii, anche per rafforzare gli argini contro il rischio di sanzioni comunitarie. Gli enti, in particolare i Comuni, preferirebbero non battere la strada delle sanzioni e puntare su un’opera di accompagnamento che individui i casi più critici e preveda azioni mirate per risolverli. La discussione partirà presto.

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