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Saviotti «Eurobanche solide e liquide»

Per Pier Francesco Saviotti doveva essere un week-end di riposo all’Isola d’Elba dopo la positiva conclusione dell’aumento di capitale da un miliardo di euro che spalanca le porte alla fusione tra Banco Popolare e Bpm.

Invece, l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa ha richiamato i fantasmi più paurosi: le Borse venerdì sono crollate, da Milano a Londra a New York. Ed il crollo, in Italia, è stato guidato proprio dal settore bancario. Unicredit e Intesa hanno toccato il -20 per cento. Anche i titoli del Banco e della Popolare di Milano oscillavano tra -21 e -22 per cento.

Dottor Saviotti, l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue, mette a rischio il vostro progetto? Quali pericoli vede all’orizzonte?

«Ho fiducia in Draghi e nella capacità della Bce di assicurare stabilità finanziaria nell’area euro. Non posso che condividere la comunicazione ufficiale emessa da Francoforte venerdì scorso in merito al fatto che il sistema bancario dell’area euro abbia le capacità di tenuta, in termini di capitale e di liquidità, per superare questo momento di incertezza e di forte volatilità. Per quanto concerne nello specifico il Banco, sono tranquillo perché la nostra situazione in termini di patrimonio e liquidità è assolutamente positiva».

La conclusione dell’aumento di capitale del Banco, apre le porte alla fusione con Bpm. Non ci sono più ostacoli davanti alla creazione del terzo gruppo bancario italiano.

«Restano in verità molti passi da compiere. Non solamente formali. Ma abbiamo già iniziato con i consulenti di McKinsey una serie di contatti preparatori all’integrazione vera e propria tra le due parti. Abbiamo aperto 14 cantieri di lavoro che studiano tutte le possibili integrazioni, dalla finanza all’It. Ci stiamo addentrando verso l’integrazione più vera. Inizia una nuova fase».

La macchina ormai è pienamente avviata. Ma non le resta un retropensiero sulla possibile e mai nata integrazione con Ubi?

«Ben prima del decreto Renzi del gennaio 2015, ricorderà che ebbi modo di manifestare la mia predisposizione verso un’aggregazione con la Banca Popolare di Milano. Mi era chiaro già due anni fa il valore che avrebbe potuto scaturire dall’operazione, che si determina dalla tipologia delle due banche e dalle aree territoriali dove operano. Quindi, nessun rimpianto, solo una grande soddisfazione. Mi lasci dire che si concretizza un sogno. Sono molto soddisfatto».

Faccia uno sforzo di immaginazione, al di là delle fredde prospettive del piano strategico che avete da poco presentato. Come sarà il Banco tra due anni?

«Sarà una banca solida, viva e integrata nel tessuto produttivo. Una banca capace di produrre utili (ce ne aspettiamo almeno 1,1 miliardi nel 2019) e di dare qualche soddisfazione anche in Borsa, dove sono molti gli azionisti che si attendono un recupero. Il piano testimonia che la banca rispetterà pienamente tutti i requisiti di patrimonializzazione e di liquidità richiesti dalle autorità europee. Sarà una banca di successo: saremo leader in quattro regioni italiane che rientrano tra le dieci più importanti d’Europa dal punto di vista economico. L’entità del successo dipenderà anche da una serie di circostanze esterne alla banca. Ma non ho dubbi sul fatto che sarà un successo».

L’aumento di capitale da un miliardo di euro si è concluso con un’adesione del 99,4% in un momento tutt’altro che semplice per le banche e per quelle venete in particolare. Viene da dire che il tanto vituperato mercato sa distinguere da banca a banca.

«Il mercato sa scegliere. In primis ha valutato che, prima dell’aumento, il Banco aveva un Cet1 ratio al 12,4 per cento, un’ottima liquidità e una redditività decorosa. Poi ha considerato che l’aumento sarebbe servito a soddisfare le richieste della Bce, al fine di creare i presupposti di una fusione tra forti con la Popolare di Milano».

Non è mancato né l’apporto degli investitori istituzionali (65%), né del segmento retail (35%). Vede possibili cambiamenti negli equilibri di governance dopo il passaggio a Spa, atteso contemporaneamente alla fusione?

«Francamente non mi pare. Gli investitori istituzionali sono partner importanti e abituali che ci accompagnano da sempre e con i quali abbiamo un dialogo costruttivo per il futuro della banca. Mi piace però evidenziare il fatto che i piccoli risparmiatori – il retail – abbiano risposto molto positivamente: è stata una grande soddisfazione».

Nell’operazione di fusione con Bpm voi siete penalizzati da un tasso di copertura dei Non performing loan (Npl) nettamente inferiore rispetto ai vostri futuri partner. L’aumento di capitale è stato determinato da questo aspetto?

«L’aumento è stato voluto da Bce per fare nascere un gruppo solido e leader in Italia. Quanto agli Npl abbiamo una copertura assolutamente nella media del sistema bancario, con l’aumento di capitale salirà al livello delle migliori banche italiane. Come previsto dal Piano, nel 2019 il rapporto tra gli Npl e il totale dei prestiti scenderà come minimo al 19 per cento».

Popolare di Vicenza e Veneto Banca stanno mostrando tutta la fragilità della loro struttura. Vi interessano?

«Con Giuseppe Castagna (l’amministratore delegato di Bpm, nda ) concordiamo sul fatto che prima ci dobbiamo consolidare. Sarà una operazione complessa e impegnativa che richiederà tempo. Questo è il nostro obiettivo: giungere a una piena integrazione. Poi in futuro si vedrà».

Otto anni al Banco. Il momento top ? E quello down ?

«Il momento down fu l’arrivo, 7 dicembre 2008: il Banco Popolare aveva carenza di capitale e di liquidità e un portafoglio critico. Ne siamo usciti grazie alla fiducia dei soci e al lavoro di tutti, passando attraverso una lunga serie di operazioni, dal bond convertibile ai Tremonti bond che abbiamo puntualmente rimborsato. Sono state iniziative che ci hanno portato alla normalità: siamo solidi, sani e vitali. L’ultimo aumento di capitale mi ha fatto soffrire, ma la fiducia dei soci ci fa ben sperare anche per il futuro del titolo. Il momento più alto, probabilmente, sarà l’istante della fusione. Ma per adesso è ancora la fine del 2014. Fu quello lo spartiacque tra un passato difficile e un presente positivo».

Da veronese d’adozione, è più difficile accettare un futuro integrato con Milano o la sua amata Inter di proprietà cinese?

«Ho identificato l’Inter nella figura del presidente Massimo Moratti, che mi ha fatto l’onore di rendermi partecipe del consiglio di amministrazione. Ecco, se alla nascita di un solido gruppo bancario tra Verona e Milano si aggiungesse un altro triplete dell’Inter, sarei davvero felice».

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