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Sassoli: dall’economia circolare 700mila posti di lavoro in Europa

Se c’è una speranza per la transizione e il clima, questa si chiama impresa. «L’impresa con la sua capacità di innovare, fare ricerca, creare lavoro, spingere l’economia». Le parole della vicepresidente di Confindustria con delega alla cultura e alla sostenibilità Maria Cristina Piovesana accordano le riflessioni sul Grean Deal alla Fondazione Cini.

Sull’isola di San Giorgio, a Venezia, è in corso da ieri e fino a questa sera la seconda edizione della Soft power conference promossa da Francesco Rutelli. Il quale apre i lavori con un appello: «Non permettiamo ai cittadini — dice lo storico ambientalista — di pensare che gli interventi a favore del clima siano punitivi».

David Sassoli, il presidente del Parlamento europeo interviene in streaming, subito dopo i saluti di Giovanni Bazoli, presidente della Fondazione Cini, e del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Per Sassoli, il Green Deal è un’occasione per l’occupazione. Se è vero che l’economia circolare «potrà creare 700 mila posti di lavoro in Europa al 2030» e compensare così la perdita occupazionale subita nella transizione. «Il lavoro va creato, non basta la vaga predicazione», dice Sassoli che, in questa fase, considera ancor più importante che la Ue consolidi la sua influenza nello scenario globale. La leadership si rafforza con gli strumenti del soft power, diplomazia culturale e cooperazione, dei quali si discute nella due giorni veneziana:. «Il G20 e il G7 hanno un ruolo da svolgere e la Cop26 di novembre rappresenta un importante momento di svolta», chiude Sassoli.

Nella sessione organizzata dall’Institute of european democrats (Ied) intervengono, tra gli altri, gli esponenti di due realtà italiane tra le più internazionalizzate, Simone Bemporad, direttore comunicazione di Generali, uno speech che precede quello di atteso per oggi del ceo Philippe Donnet, e il ceo di Snam, Marco Alverà. Dice quest’ultimo: «Per vincere la sfida in Italia e in Europa è importante il ruolo che potrà svolgere la climate diplomacy, sempre più determinante anche in chiave geopolitica. Un esempio di soft power è rappresentato dall’idrogeno, che potrà permettere all’Europa di esercitare la sua influenza assumendo una vera leadership climatica». Concorda Bemporad con Rutelli e Sassoli: «La sostenibilità ambientale non può essere sganciata da quella sociale e dalla governance» dice ricordando l’impegno di Generali per far crescere cultura e consapevolezza in un mondo largamente sottoassicurato.

La cultura è il primo e più efficace utensile del soft power, sottolinea Bazoli, che ritiene «indispensabile il massimo impegno nella ricerca e nell’innovazione».

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