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Sas abusiva, medico salvo

Se una società non può svolgere l’attività odontoiatrica e fattura illegittimamente le prestazioni ai clienti, il Fisco non può attribuire ai medici che hanno curato i pazienti, i redditi della società stessa. A precisarlo è la Corte di Cassazione con la sentenza n. 20262 depositata ieri. La Guardia di Finanza contestava a una Sas lo svolgimento abusivo di attività odontoiatrica. Le prestazioni fatturate dalla società ai pazienti venivano addebitate ai professionisti che avevano materialmente curato il cliente, nonostante i professionisti avessero, a loro volta, emesso regolare fattura alla società. Avverso la rettifica di maggior reddito, un medico proponeva ricorso presso la competente Commissione tributaria provinciale che annullava l’atto impositivo. Il successivo appello proposito dall’agenzia delle Entrate era, invece, accolto dalla Commissione regionale.
In particolare, i giudici di secondo grado rilevavano che il rapporto tra medico e paziente deve ritenersi diretto anche fiscalmente e quindi la società non poteva sostituirsi al libero professionista nel percepire gli onorari dovuti e pagare contributi fiscali per il solo fatto che il medico stesso esercitasse nella propria struttura.
Il contribuente proponeva allora ricorso per cassazione lamentando, tra l’altro, che la sentenza della Ctr non chiariva sulla base di quali norme fosse possibile attribuirgli il reddito prodotto dalla società atteso che, in qualità di medico, aveva svolto alcune prestazioni odontoiatriche fatturate alla società stessa.
Qualora egli avesse fatturato direttamente all’utente finale necessariamente sarebbero stati anche dedotti, in luogo della società, i costi sostenuti per le prestazioni e pertanto non vi sarebbe stata alcuna variazione reddituale. Nel ricorso, infine, si eccepiva che l’eventuale illegittimità dell’attività svolta avrebbe dovuto comportare la nullità assoluta del rapporto contrattuale intercorso, con la conseguenza che divenivano insussistenti sia il diritto della società al corrispettivo, sia quello del cliente di ripetere quanto versato.
In definitiva nessun reddito poteva essere addebitato al medico sulla scorta di un contratto nullo.
La Suprema Corte ha accolto quest’ultimo motivo di ricorso ritenendo che il reddito, invalidamente conseguito dalla società per lo svolgimento di un’attività professionale protetta, non possa imputarsi solo ed esclusivamente, a causa della nullità del rapporto contrattuale, al professionista che ha svolto la prestazione.
Peraltro nel caso di specie, secondo i giudici di legittimità, la sussistenza di legami societari tra la società e il medico ricorrente ovvero di rapporti associativi tra i vari medici appartenenti alla struttura, oltre a non essere stati neanche supposti nell’avviso di accertamento erano stati esclusi dalla stessa pronuncia della Ctr.
Di conseguenza la Suprema Corte ha accolto il ricorso ritenendo errato il pronunciamento del giudice di appello il quale non poteva dalla sola illegittimità dell’attività svolta dalla Sas e dal riconoscimento del carattere strettamente personale della prestazione medico-cliente, far discendere l’imputazione dei redditi societari al medico.
La decisione della Suprema Corte appare pienamente condivisibile e in verità lascia perplessi sia la rettifica dell’ufficio, sia la tesi (poi smentita) della Commissione tributaria provinciale.
Aldilà, infatti, di altre considerazioni, mal si comprende come sia possibile attribuire a un professionista terzo, i redditi percepiti e (verosimilmente) tassati da una società a favore della quale egli ha svolto prestazioni regolarmente fatturate, sol perché la stessa società non avrebbe potuto fatturare agli utenti finali le prestazioni in questione.
Trascurando del tutto sia i rapporti tra medico e società, sia le regolari fatturazioni avvenute tra loro, nonché i costi sostenuti dalla struttura aziendale per lo svolgimento delle prestazioni.

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