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Saranno le banche a fornire informazioni

In questi giorni la lotta all’evasione fiscale internazionale ha subito un’accelerazione notevole sotto molti fronti: lo dimostrano i passi avanti fatti dall’Italia con il Ddl di ratifica dell’accordo con San Marino ma anche le azioni messe in campo a livello comunitario e le indicazioni dall’Ocse agli Stati del G-20.
Più in generale, la carta su cui puntano i Governi per migliorare il contrasto all’evasione è quella dello scambio di informazioni. L’information technology ha acquisito significato strategico nel contesto della cosiddetta “lotta ai paradisi fiscali” poiché gli Stati in cui hanno la residenza i soggetti che localizzano i propri redditi in giurisdizioni a bassa fiscalità hanno bisogno, per accertare i relativi redditi, della cooperazione di queste giurisdizioni, le quali non hanno però una propensione a fornire tali informazioni per evidenti ragioni di tutela dei propri interessi nazionali.
I Paesi Ocse hanno, per esempio, intrapreso una “campagna” diretta a indurre la disponibilità di queste informazioni mediante l’introduzione di un nuovo principio in base al quale gli Stati debbono adempiere a un obbligo di scambio di informazioni.
Questo obiettivo è stato perseguito mediante due strategie coordinate. In primo luogo, si è richiesto ai Paesi “non collaborativi” inizialmente inclusi in un’apposita black list di concludere specifici trattati che impongono e regolano lo scambio di informazioni, stabilendo una soglia minima di tali trattati per ogni Paese al fine di essere escluso da questa black list.
In secondo luogo, l’articolo 26 del modello Ocse di convenzione fiscale è stato modificato nel senso di introdurre l’obbligo per gli Stati contraenti di produrre ogni informazione che sia «prevedibilmente rilevante» per contenere l’evasione fiscale internazionale, al contempo escludendo l’eccezione del segreto bancario sollevata da numerosi Paesi.
Il risultato della prima iniziativa è che nella black list Ocse dei Paesi “non collaborativi”, allo stato, risultato solo un paio di micro-giurisdizioni; quello della seconda è che sono attese rinegoziazioni dei trattati.
Ma queste iniziative hanno introdotto una norma del diritto internazionale che renda lo scambio efficace? I dubbi al riguardo sono molti, in particolare dovuti al fatto che le amministrazioni fiscali hanno reali problemi nel gestire uno scambio di informazioni massiccio che le vede reciproci agenti in una fitta rete composta da molti Stati, nonché al fatto che giurisdizioni formalmente “cooperative” sono comunque in grado di intralciare il processo avvalendosi di eccezioni procedurali.
I principali policy makers si stanno dunque avviando a iniziative che si affidano su due elementi ulteriori: l’unilateralità e la collaborazione forzata degli intermediari finanziari, piuttosto che degli Stati. E questo modello trova conferma nella normativa Fatca la quale impone, con portata ultraterritoriale – e quindi anche al di fuori degli Stati Uniti – agli intemediari finanziari di rendere potenzialmente disponibili a richiesta informazioni relative ai beneficiari dei redditi, sanzionando l’inadempimento.

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