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Sanzioni penali e amministrative vanno a braccetto

Doppia sanzione per l’autoriciclaggio: oltre a quella penale scatta anche la responsabilità amministrativa dell’impresa. L’introduzione del reato nel sistema penale, reclamata dagli organismi internazionali, implica l’adeguamento del trattamento sanzionatorio per le persone giuridiche (dlgs 231/2001). L’autoriciclaggio, però, rimane è un reato in bilico tra l’esigenza di tutelare il mercato e le garanzie del codice penale. Non a caso l’emendamento governativo in arrivo, dovrebbe riscrivere l’art. 648-bis c.p. e mette le mani avanti rispetto a possibili obiezioni di incostituzionalità. I profili giuridici, a questo proposito, sono quelli del divieto di doppia punizione e del divieto di imporre di farsi del male da sé. Da un lato, infatti, il godimento da parte del colpevole dei proventi di un reato appare come una prosecuzione del reato stesso e punire fatti di questo potrebbe rappresentare una doppia punizione per lo stesso fatto: con una formula latina si parla di «post factum» non punibile. Dall’altro lato la punizione dell’autoriciclatore, sempre e comunque, significherebbe introdurre una sorta di reato a commissione obbligatoria ogniqualvolta si utilizzano i proventi illeciti. I correttivi già indicati dalla Commissione presieduta dal procuratore della repubblica di Milano, Francesco Greco, si trovano sul piano della formulazione della fattispecie incriminatrice e, in particolare, sotto il profilo dell’intenzione del colpevole e sotto quello della connotazione imprenditoriale ed economica dell’illecito. L’autoriciclaggio, infatti, o è il reato commesso dall’autore del reato principale, che poi, da solo, usa i proventi per investirli o immetterli in attività produttive o finanziarie oppure, può essere anche il reato del prestatore professionale di servizi di riciclaggio che partecipa anche al reato presupposto. Come si legge nella relazione della commissione Greco, proprio la seconda ipotesi appare diffusa in fenomeni di appropriazione di beni sociali, evasione fiscale e corruzione. In sostanza, il proprietario di un’azienda si accorda con un terzo riciclatore per utilizzare società fittizie che emettono fatture false, per sottrarre all’azienda e a tassazione, e in seguito riciclare, beni sociali da destinare a proprio uso personale, per finalità corruttive o altro. Tra l’altro uno degli scopi dell’introduzione del reato è proprio quello di ostacolare la creazione di fondi neri. In assenza di una norma ad hoc il codice penale non è, dunque, in grado di colpire l’autore del reato presupposto che procede a una catena di operazioni di riciclaggio, utilizzo e reimpiego, anche a distanza di tempo, degli originari proventi, e neppure il riciclatore professionale che proceda a una complessa serie di operazioni di riciclaggio dei proventi di un reato cui ha concorso. Nell’ordinamento italiano l’autoriciclaggio è stato preso in considerazione dalla Banca d’Italia nelle istruzioni operative per l’individuazione delle operazioni sospette e nei provvedimenti sugli indicatori di anomalia per gli intermediari. Inoltre il dlgs 231/2007 definisce l’attività di riciclaggio senza limitazione al caso di assenza di concorso nel reato presupposto. La modifica in itinere interviene nel settore specificamente penale e vuole colmare una lacuna, a tutela soprattutto dei mercati. Molto spesso si mette in evidenza che il mercato e la libera concorrenza sono inquinate dal flusso di investimenti di provenienza illecita. La formulazione dell’emendamento governativo recepisce sul piano letterale alcune proposte della commissione Greco, soprattutto in relazione alla evidenza del profilo illecito nell’investimento dei beni di provenienza delittuosa in attività economiche o finanziarie, anche se si omette il riferimento all’incidenza sulla concorrenza. Peraltro, si riprendono gli esiti della commissione Greco nella parte in cui si esclude la punibilità per i comportamenti diretti a consentire loro il godimento dei relativi proventi riducendo entro limiti ragionevoli il rischio di essere scoperto.

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