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Sanzioni fino al 200% se si omette il modello

Chi non presenterà la dichiarazione Imu rischia una sanzione amministrativa dal 100 al 200% dell’imposta dovuta, con un minimo di 51 euro. Anche questo è uno dei chiarimenti della circolare ministeriale di venerdì scorso che ripercorre tutta la disciplina sull’accertamento e la riscossione dell’imposta comunale sugli immobili. In questo campo, le regole si ricavano dal decreto salva-Italia (Dl 201/2011), quelle in tema di federalismo fiscale (Dlgs 23/2011) e dalla preesistente disciplina Ici.

La cabina di regia spetta ai Comuni, che mantengono la potestà regolamentare generale anche in materia di accertamento e di riscossione. Gli stessi enti potranno così sancire l’applicabilità dell’istituto dell’accertamento con adesione e delle altre forme di deflazione del contenzioso: corposa riduzione delle sanzioni e possibilità di pagamento rateale, senza maggiorazione di interessi e presumibilmente senza garanzia. Proviamo a passare in rassegna alcuni errori e le conseguenze che ne derivano.

Se la dichiarazione viene presentata, ma risulta infedele o incompleta, la sanzione prevista va dal 50 al 100% della maggiore imposta dovuta. Se l’omissione o l’errore riguardano elementi non incidenti sull’ammontare dell’imposta, la contestazione passa a una misura variabile da 51 a 258 euro. La stessa sanzione si applica anche nei casi di violazioni che riguardano la mancata esibizione o trasmissione di atti e documenti, ovvero per la mancata restituzione di questionari inviati dai Comuni nei termini previsti. Le sanzioni previste per l’omessa e l’infedele dichiarazione, tuttavia, sono ridotte a un terzo se, entro il termine per la presentazione del ricorso, interviene l’adesione del contribuente con il pagamento del tributo, se dovuto, e della sanzione.

L’omesso o tardivo versamento dell’Imu, invece, verrà punito con la sanzione “canonica” del 30%; per i versamenti effettuati con un ritardo non superiore a quindici giorni la misura è ridotta a un quindicesimo per ciascun giorno di ritardo.

Si potrà accedere al ravvedimento operoso, rimediando al ritardo o all’omissione prima che la violazione sia constatata e contestata. Per quanto riguarda i tempi di azione di recupero, se la violazione non è collegata all’ammontare del tributo, il Comune deve agire, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui è commessa la violazione. Gli avvisi di accertamento in rettifica e d’ufficio, invece, devono essere notificati – a pena di decadenza – entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione o il versamento sono stati o avrebbero dovuto essere effettuati. Entro gli stessi termini devono essere contestate o irrogate le sanzioni amministrative tributarie. Tutti gli avvisi devono essere motivati in relazione ai presupposti di fatto e alle ragioni giuridiche che li hanno determinati. Per la riscossione coattiva, il relativo titolo esecutivo deve essere notificato al contribuente, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del terzo anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo. Se l’errore è a suo danno, il rimborso delle somme versate e non dovute deve essere richiesto entro il termine di cinque anni dal giorno del versamento, ovvero da quello in cui è stato accertato il diritto alla restituzione. Il rimborso, se spettante, dovrà avvenire entro centottanta giorni dalla data di presentazione dell’istanza.

I sindaci potranno disciplinare le modalità con le quali i contribuenti possono compensare le somme a credito con quelle loro dovute a titolo di tributi locali: facoltà limitata alla sola quota Imu spettante al Comune. Contro l’avviso di accertamento, il provvedimento che irroga le sanzioni, il ruolo, e il provvedimento che respinge l’istanza di rimborso può essere proposto ricorso.

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