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Sanzioni bancarie, non c’è il penale

Valorizzati il ridotto importo previsto e l’assenza di pene accessorie

Banca d’Italia più soft di Consob nelle sanzioni ai manage. Tanto che non si configura la violazione del principio di ne bis in idem quando il direttore generale di un istituto di credito è sanzionato per «carenze nell’organizzazione e nei controlli interni».
Lo chiarisce la Corte di cassazione con la sentenza 3656 della seconda sezione civile, con la quale è respinto il ricorso del manager (oltre che direttore generale era anche componente del comitato di controllo di una banca) contro la sanzione pecuniaria che gli era stata inflitta nel 2009 per l’infrazione all’articolo 144 del Testo unico bancario.
Sentenza a suo modo significativa, oltre che per il suo peso specifico, anche perché testimonia, in assenza di una presa di posizione della Corte costituzionale che qualche settimana fa ha giudicato inammissibile la questione di legittimità presentata per il doppio binario penale-amministrativo nel caso delle violazioni in materia di diritto societario, degli ampi margini di discrezionalità lasciati sul punto all’autorità giudiziaria.
La Cassazione, infatti, nel motivare il no all’impugnazione, osserva, dopo avere analizzato le conclusioni della Corte europea dei diritti dell’uomo, nella sentenza «Grande Stevens» con la quale è stato affermato il carattere sostanzialmente penale delle sanzioni pecuniarie previste dall’articolo 187 ter del Testo unico finanza, che non è possibile un’estensione alle misure amministrative inflitte da Banca d’Italia per «carenze nell’organizzazione e nei controlli interni da parte dei componenti il consiglio di amministrazione».
Una valutazione negativa, che porta a concludere per la natura solo amministrativa di queste sanzioni “bancarie”, e che per la Cassazione rappresenta la conseguenza di due elementi cruciali. Il primo è costituito dal massimo di pena previsto per la misura pecuniaria nei due casi. Così, se per le violazioni all’articolo 187 del Tuf la sanzione può arrivare sino a un massimo di 5 milioni, nel caso dell’articolo 144 del Tub si ferma molto al di sotto, visto che nel massimo può arrivare a 129mila euro.
Inoltre, a quest’ultimo e assai più ridotto importo non si accompagnano misure interdittive che, invece, nel caso delle infrazioni al Tuf sono previste. Infatti, i rappresentanti delle società coinvolte negli illeciti possono essere colpiti anche dalla perdita temporanea, per un periodo che va da un minimo di 2 mesi a un massimo di 3 anni, dei requisiti di onorabilità e, per gli esponenti aziendali di società quotate, dall’incapacità temporanea di assumere incarichi di amministrazione, direzione e controllo.
Infine, non è prevista, nel caso delle sanzioni “bancarie”, l’obbligatorietà della confisca del profitto o del prodotto dell’illecito e dei beni utilizzati per commetterlo.

Giovanni Negri

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