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Sanzioni antiriciclaggio per il denaro contante

Il solo passaggio di mano di denaro contante per importi al di sopra delle soglie fissate dalle norme antiriciclaggio (oggi pari a 3 mila euro) legittima l’applicazione della sanzione economica a carico dei due soggetti. Non rileva quale sia la finale disponibilità del «cash», né l’eventuale liceità del negozio sottostante. La violazione si configura con la consegna «a qualsiasi titolo» delle somme. A battere il principio è stata la 2° sezione civile della Cassazione, con la sentenza n. 9881/18, depositata il 20 aprile scorso.

I giudici di legittimità hanno confermato la sentenza n. 1138/2016 emessa dalla Corte d’appello di Milano, recante una sanzione da 340 mila euro irrogata dal ministero dell’economia. Il destinatario dell’addebito era un impiegato di banca che, come emerso dagli accertamenti svolti dalla Guardia di finanza nell’ambito di un’indagine penale, aveva prelevato e trasferito in numerose occasioni rilevanti somme di denaro a un ex dirigente in pensione dell’istituto. Il contante proveniva da conti aperti presso lo stesso istituto finanziario, intestati a soggetti compiacenti che, in cambio della retrocessione di un compenso, avevano acconsentito all’apertura di rapporti a loro nome (ma destinati a essere gestiti da altri). I difensori del ricorrente evidenziavano che l’impiegato non era tenuto a segnalare l’anomalia delle operazioni, sia perché non aveva avuto modo di accorgersi della loro possibili irregolarità, sia perché non aveva accesso al sistema per l’effettuazione delle «Sos». Inoltre, recita il ricorso, il dipendente non avrebbe avuto alcun potere di rifiutare di compiere operazioni rientranti tra le proprie mansioni.

La tesi viene però respinta su tutta la linea dagli ermellini. L’impiegato, infatti, «provvedeva ai prelievi di denaro contante previa esibizione ai cassieri di ordini di pagamento precedentemente firmati in bianco dai titolari dei conti e dallo stesso compilati», recita la sentenza. Circostanza peraltro confermata dai prestanome nelle dichiarazioni rese alla Gdf. L’entità dei prelievi superava le soglie antiriciclaggio, all’epoca dei fatti pari a 12.500 euro. Una volta incassato il contante, il ricorrente «lo trasferiva a (X) brevi manu o in alternativa lo depositava in una cassetta di sicurezza nella disponibilità esclusiva del (X) medesimo». Operazioni, chiosa la Cassazione, «la cui irregolarità e abnormità era tale che era certamente nota al (ricorrente), essendo tra l’altro un dipendente dell’istituto».

Pertanto, allineandosi all’orientamento già espresso nella pronuncia n. 1645/2017, la suprema corte conferma la decisione impugnata, condannando il ricorrente alle spese processuali e al raddoppio del contributo unificato.

Valerio Stroppa

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