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Sanzione all’avvocato blindata

Resta valida la sanzione disciplinare comminata a un avvocato, quand’anche uno dei membri del Consiglio nazionale forense (Cnf), che ha preso parte alla relativa decisione, sia stato dichiarato ineleggibile: lo hanno chiarito le sezioni unite della Corte di cassazione nella sentenza n. 8777/2021.

Intervenuti sul ricorso del libero professionista mosso avverso la pronuncia del consiglio distrettuale di disciplina di applicare nei suoi confronti la sanzione della sospensione dall’esercizio della professione per due mesi, avendo egli omesso di dichiarare, nel corso di un procedimento di espropriazione presso terzi nel quale difendeva se stesso, il fatto che il terzo aveva già pagato quanto dovuto al creditore prima della notifica dell’atto di pignoramento, ottenendo così l’ordinanza di assegnazione del giudice dell’esecuzione – i giudici di legittimità hanno avuto modo di ricordare come la circostanza che alcuni componenti del collegio giudicante di disciplina fossero stati dichiarati ineleggibili non avrebbe in alcun modo inficiato di per sé solo l’illecito disciplinare commesso né, contrariamente a quanto lamentato nei numerosi motivi di censura, la relativa declaratoria avrebbe avuto effetto retroattivo, con conseguente nullità della sentenza.

«Attesa la funzione giurisdizionale svolta dal Cnf», spiegano sul punto, «una volta dichiarati ineleggibili tutti od alcuni dei componenti che abbiano partecipato alla decisione, questa, ove già pubblicata, resta a regolare la vicenda; mentre, allorché la decisione sia stata assunta dal collegio, ma non ancora depositata, il presidente ed il segretario mantengono il potere-dovere di provvedere alle debite sottoscrizioni, ai fini della pubblicazione della decisione resa»: questo perché assume rilevanza il momento della deliberazione della decisione. È il momento della pronuncia della sentenza quello che rileva ai fini della validità del provvedimento disciplinare: «Il principio generale è che l’invalidità della nomina, pur dichiarata, non fa venir meno gli atti compiuti, che restano validi».

Così argomentando, hanno rigettato il ricorso e condannato il ricorrente al pagamento del contributo unificato.

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