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Sanità lombarda, svolta nelle indagini maxi sequestro da 60 milioni di euro

MILANO — Un quadro probatorio che si è ulteriormente aggravato. Che spinge il gip di Milano, Vincenzo Tutinelli, a ridisegnare l’intera mappa e a sostenere come agli imputati vadano contestati reati che pochi mesi fa erano sorretti da «un’insufficienza di indizi», mentre ora «la situazione fotografata è profondamente mutata». Il 13 aprile scorso era arrivato il carcere, da ieri mattina, per gli indagati nel-l’affaire della fondazione Maugeri ci sono ulteriori grattacapi. Un patrimonio di poco inferiore ai 60 milioni di euro è stato sequestrato dalla sezione di polizia giudiziaria della procura (i pm titolari dell’inchiesta sono Orsi, Pedio, Ruta e Pastore). Quote societarie, 37 conti correnti (ieri sono stati congelati quasi 8 milioni di euro in titoli), ma anche intere palazzine sulla costa sarda di Olbia, appartamenti in Liguria, per finire a Venezia e al centro di Milano. Oltre allo yacht nella disponibilità del faccendiere Pierangelo Daccò, come il più celebre Ad Maiora frequentato dal governatore Roberto Formigoni per le sue vacanze, e alla «cantina» piena di bottiglie di vini di pregio.
Il sequestro «preventivo» servirà a risarcire il danno provocato alla Fondazione Maugeri, il gruppo della sanità privata di Pavia, spolpato dai suoi ex amministratori. Nel provvedimento eseguito ieri emerge come gli indagati, a cominciare dallo stesso Daccò e passando per l’ex assessore regionale Dc, Antonio Simone, abbiano fatto uscire dalla Maugeri «69 milioni di euro ». Un bottino di cui, secondo il gip Tutinelli, Daccò è stato il «tesoriere ». Denaro la cui destinazione finale non è ancora del tutto chiara. Ed è su questo che le verifiche vanno avanti, proiettando più di un’ombra sul ruolo del governatore Roberto Formigoni, amico di vecchia data del duo Daccò-Simone, con i quali ha condiviso per decenni la frequentazione del movimento di Comunione e liberazione.
La richiesta di sequestro risale a due mesi fa, prima che la procura aprisse il filone più nuovo — e imbarazzante per il governatore — che ipotizza il reato di corruzione. Lo schema fin qui scoperto si sintetizza in questo modo: la Maugeri ha bisogno di ingenti flussi di denaro pubblico. Per evitare lungaggini burocratiche, o ritardi nei rimborsi, per incrementare con funzioni non tariffabili e altre voci gli incassi dal Pirellone, ecco spuntare le figure dei mediatori Daccò e Simone. Il primo (già in carcere per il dissesto del San Raffaele) prende il 25% di tutte le somme che riesce a sbloccare in Regione. «Si trattava — ha spiegato lo stesso «mediatore » durante un interrogatorio — di giocare nell’ambito della discrezionalità ammini-strativa dell’ente pubblico». Lo stesso ruolo avrebbe recitato Simone.
Il nodo più spinoso che rimane da sciogliere è quello delle coperture politiche. E, cioè, se per «sbloccare» le pratiche fosse necessario anche avere un pubblico ufficiale compiacente. I 59 milioni di beni sequestrati riguardano le proprietà riconducibili attraverso società o prestanome, agli indagati. Mancano ancora dei tasselli per ricostruire nella sua interezza il quadro. Anche perché gli stessi soldi incassati da Daccò sulle pratiche «agevolate» alla Maugeri, sono serviti a pagare successivamente le vacanze in barca e ai Caraibi al governatore Roberto Formigoni.

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