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Sanders frena ancora Hillary Clinton

Hillary Clinton, candidata democratica in pectore per la Casa Bianca, ha provato a far buon viso a cattivo gioco: costretta ad ammettere sconfitta nelle primarie dell’Oregon, ha rivendicato una risicata vittoria in Kentucky, dopo aver speso nello stato enormi energie assieme al marito Bill. Di sicuro aveva bisogno d’una vittoria, non per ragioni numeriche – pochi i delegati in palio, suddivisi proporzionalmente, e non avrebbero alterato il suo vantaggio nel conto alla rovescia verso la nomination. No, Hillary aveva e ha bisogno, sempre più urgente, di una nomination politica, un’incoronazione da parte degli elettori democratici prima che dell’opinione pubblica nazionale. E per questa deve ancora aspettare, persino in Kentucky: l’esito del suo duello con Bernie Sanders è stato talmente incerto – una manciata di voti e di frazioni di punti percentuali – che la sua pur vantata vittoria ieri non era stata ufficializzata.
Neppure una conferma formale di quel successo cancellerà così la vulnerabilità tradita da un candidato che si avvicina alla battaglia con il probabile e controverso portabandiera repubblicano – Donald Trump – appesantita da un deficit di entusiasmo che non sembra voler diminuire. Semmai, anzi, si rafforza, a cominciare dalla difficoltà mostrata nel far breccia tra lavoratori bianchi e ceti popolari, prevalenti in Kentucky, come tra i giovani, insofferenti di politici tradizionali e preoccupati per una ripresa deludente e diseguale. Segno dei tempi mutati: nel 2008 Hillary aveva schiacciato Barack Obama nelle primarie dello stato e il marito Bill, da lei arruolato come “zar” del rilancio economico in una futura amministrazione, nel 1992 e nel 1996 era diventato l’ultimo democratico a strapparlo ai repubblicani in un’elezione presidenziale.
Sanders, che ha contemporaneamente conquistato l’Oregon con il 56% contro il 44%, non ha da parte sua intenzione di facilitare il cammino alla favorita. Dalla California ha tuonato che proseguirà la sua campagna «fino all’ultimo voto». E questo arriverà il 7 giugno, in sei stati tra i quali il New Jersey e proprio la California, dove Sanders spera di mobilitare le correnti liberal presenti con forza nello stato e che potrebbero essere sensibili alla sua agenda radical-progressista, sanità pubblica, college gratuito, salario minimo raddoppiato. Una cosa è certa: un suo risultato positivo qui complicherebbe la corsa della Clinton e un suo decollo politico alla Convention democratica di luglio, dove Sanders potrebbe vantare un numero di delegati eletti vicino a quello della favorita e cercare di persuadere i super-delegati, le centinaia di funzionari di partito con automatico diritto di voto oggi in gran parte schierati con Clinton, che è lui il candidato migliore per battere Trump, un’opinione che trova qualche conferma nei sondaggi. E protratte polemiche e divisioni, nei giorni scorsi erano anche degenerate in rissa all’assemblea del partito in Nevada per scegliere i delegati, preoccupano ormai i notabili del partito che temono di arrivare a novembre con un candidato indebolito.
Trump, da parte sua, ha messo a segno un’altra netta vittoria come si compete a un candidato che ormai non ha più avversari interni: in Oregon, unico stato al voto tra i repubblicani, ha ottenuto il 67% dei consensi, vantando di aver «superato le aspettative». La sua missione è adesso quella di continuare a unificare un partito tuttora recalcitrante al cospetto delle sue dichiarazioni estreme – nella più recente ha detto di non avere problemi ad un faccia a faccia con il dittatore della Corea del Nord. Ma passi avanti li sta compiendo anche su questo fronte: lavora a un’intesa per la raccolta fondi, dopo aver deciso che non auto-finanzierà la sua corsa alla Casa Bianca. Ieri ha inoltre incontrato il guru della politica estera Henry Kissinger e fatto pace con la conduttrice della Fox Megyn Kelly, concedendole un’intervista dopo che in passato l’aveva accusata di pregiudizi nei suoi confronti.

Marco Valsania

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