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San Raffaele, sì al concordato ma aperto a nuovi investitori

di Mario Gerevini e Simona Ravizza

MILANO — Un miliardo e mezzo di debiti e nessuna soluzione scontata. Il futuro dell'ospedale San Raffaele è in un provvedimento del Tribunale fallimentare di 50 pagine che potrebbe rappresentare un inedito nella giurisprudenza. I giudici Filippo Lamanna, Roberto Fontana e Filippo D'Aquino hanno accolto la proposta di concordato preventivo (accordo con i creditori) presentata dallo Ior e dall'imprenditore Vittorio Malacalza per salvare il colosso sanitario fondato dal prete manager don Luigi Verzé. Ma, a sorpresa, le clausole del decreto lascerebbero aperta la porta a nuovi investitori.
Il fallimento è stato evitato. Ma mai s'era visto prima un concordato vincolato da tanti «paletti». La decisione dei tre giudici sarà depositata solo stamattina. Dalle prime indiscrezioni appare chiaro, però, che rischiano di andare deluse le speranze di un via libera incondizionato nutrite dagli uomini del cardinale Tarcisio Bertone, dallo scorso luglio nominati nel cda della Fondazione Monte Tabor, alla guida del polo ospedaliero. Con la presentazione di un'offerta vincolante e irrevocabile da 250 milioni di euro cash, l'auspicio dello Ior e della famiglia Malacalza era di un nullaosta del Tribunale senza se e senza ma. Niente da fare. Il provvedimento potrebbe porre le condizioni per una gara ai tempi supplementari tra nuovi, eventuali soci interessati a guidare il San Raffaele nell'epoca post don Verzé. Nella proposta di concordato veniva enfatizzata la solidità dell'offerta: «Il piano concordatario consente la salvaguardia dei 3.800 posti di lavoro — si legge —. Tanto basterebbe a rendere l'offerta un assoluto unicum raro nell'ambito dei trasferimenti aziendali». Previsti anche il soddisfacimento integrale dei creditori privilegiati e il pagamento degli altri per quote tra il 52 e il 60%. Tutte garanzie importanti, ma evidentemente considerate insufficienti. La decisione dei giudici recepirebbe, almeno in parte, le perplessità sollevate dalla Procura, che aveva presentato un'istanza di fallimento. Sull'iter del concordato, se le previsioni saranno confermate, vigileranno anche tre commissari giudiziali.
L'interrogativo che si apre ora è se Ior e Malacalza accetteranno di restare nella partita. Da fonti legali, intanto, trapelano passaggi della memoria che Maurizio Pini e Massimo Clementi hanno scritto il 25 ottobre e consegnato alla Procura subito dopo le dimissioni il 21 ottobre dal cda. Con il team dei professori (Pini alla Bocconi, Clementi è il preside di Medicina) è in campo anche Alberto Zangrillo, primario di Anestesiologia e medico personale del premier Silvio Berlusconi. Anche lui era presente quando i colleghi hanno consegnato ai pm Luigi Orsi e Laura Pedio la «Nota informativa» sui tre mesi di «partecipazione ai lavori del cda della Fondazione Monte Tabor». I toni del documento sono tutt'altro che felpati. Disaccordo sui contenuti dell'offerta Ior-Malacalza; «carenza di informazioni e strumenti per prendere decisioni fondamentali» in cda; «disaccordo su scelte di governance»; «venir meno di una concreta pari collegialità decisionale». L'incarico di consulenza affidato a Renato Botti, già top manager dell'ospedale — argomentano i professori — «è sembrato non totalmente in linea con la dichiarata discontinuità» gestionale. Molte contestazioni riguardano la «carenza informativa» in consiglio: «Il giorno 21 ottobre — lamentano i due ex consiglieri — alle ore 11.55 con soli 5 minuti di anticipo sull'ora di convocazione dell'importante cda che doveva discutere e approvare la memoria integrativa alla procedura di concordato, abbiamo ricevuto via email la memoria stessa». Un paragrafo è dedicato anche al disaccordo su alcuni asset valutati troppo poco dall'offerta Ior-Malacalza, come Science Park Raf: 0,4 milioni di euro pur avendo in «pancia» un 10,5% della quotata Molmed che ai prezzi attuali di Borsa vale oltre 10 milioni.
E ora potrebbe essere proprio la mossa delle dimissioni ad aprire scenari nuovi visto che il concordato lascia spazio ad altre offerte. Smarcatisi dall'attuale gestione, Pini e Clementi potrebbero essere gli ambasciatori di eventuali proposte di salvataggio in concorrenza con quella del tandem Ior-Malacalza, ammesso che quest'ultima venga confermata.

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