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San Raffaele, il giudice chiede nuovi documenti

di Stefano Elli e Angelo Mincuzzi

Non si sono convinti del tutto. Né Luigi Orsi e Laura Pedio, pm della procura della Repubblica di Milano, né il presidente della sezione fallimentare Filippo Lamanna. Chiamato a decidere ieri sull'istanza di concordato preventivo presentata dai nuovi organi amministrativi del San Raffaele, Lamanna ha chiesto ai legali della fondazione Monte Tabor, Franco Gianni e Alberto Alessandri, e al suo nuovo vicepresidente, Giuseppe Profiti, altro tempo e una serie di chiarimenti supplementari e di integrazioni che, secondo quanto è trapelato, non riguardano questioni di importanza residuale nella complessa operazione di salvataggio della fondazione afflitta da un indebitamento da 1,5 miliardi di euro.

Così una nuova udienza è stata fissata al 26 ottobre prossimo. Ma quali sono i punti che hanno lasciato «freddi» i giudici e i pubblici ministeri? Si tratta di 13 quesiti, otto avanzati dalla procura e cinque dal tribunale fallimentare. Il primo riguarderebbe le modalità di conferimento del denaro necessario al perfezionamento dell'operazione e che dovrebbe essere effettuato dalle due principali parti in causa: l'Istituto per le opere di religione (Ior) e l'imprenditore genovese Vittorio Malacalza. La prima parte dell'operazione prevede l'ingresso nel circuito interrotto della fondazione di 250 milioni di nuova finanza e un accollo del debito complessivo di 750 milioni. Una condizione che, se venisse soddisfatta, garantirebbe ai creditori un riparto di circa il 50%. Decisamente superiore alla media delle procedure concorsuali.

Il punto che divide però è che, almeno nelle intenzioni dei «cavalieri bianchi», il via libera alle operazioni di rifinanziamento andrebbe dato soltanto dopo l'omologa del concordato da parte dei giudici. Per i giudici, al contrario, la buona volontà dei «salvatori» andrebbe dimostrata con i fatti prima che venga presa la decisione di omologare il concordato. Insomma come a dire: «Le intenzioni le abbiamo capite e le condividiamo, ora vediamo il denaro e poi vi diamo il nulla osta».

Un secondo punto – sollevato da Lamanna – riguarda eventuali problemi di antitrust. Il giudice avrebbe «suggerito» agli organizzatori della cordata di verificare senza perdere tempo con l'Authority garante della concorrenza e del mercato se la presenza dello Ior in numerosi enti e fondazioni attive nella sanità non possa configurare rischi di eventuali abusi di posizione dominante. Una circostanza, questa, che se venisse sollevata dopo l'omologa, sarebbe alquanto imbarazzante in primis per il tribunale. Un terzo punto da dirimere riguarderebbe il piano di cessione di alcune partecipazioni strategiche della fondazione. Tra queste la clinica Resnati, controllata al 100% dalla Finraf, e il polo della ricerca Laboraf controllato al 100% dalla fondazione. In entrambi i casi si tratterebbe di partecipazioni «core» e una loro cessione rappresenterebbe un depauperamento oggettivo del gruppo.

Un altro scalino da superare riguarda la situazione dell'Ospedale di Olbia: ospedale già costruito, ancorché non funzionante, con fondi bancari, in particolare con l'accensione di contratti di leasing immobiliare. Un'eventuale cessione a terzi non potrebbe non tenere in conto un soddisfacimento delle banche erogatrici.

Una delle incognite riguarda poi l'ammontare complessivo delle donazioni da parte dei contribuenti: il cosiddetto 5 per mille, sulla cui consistenza ancora nulla è dato di sapere. Infine una richiesta da parte degli advisor e della fondazione. Ridurre il numero dei commissari incaricati di vigilare sul concordato da tre a uno. Una richiesta, tuttavia, che appare difficile possa essere accolta soprattutto alla luce delle ultime circolari dispositive firmate da Lamanna: che tende a privilegiare il criterio collegiale anche nella formazione delle procedure concorsuali anche di entità e gravità molto inferiori.

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