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San Raffaele, ecco il piano per le banche

di Mario Gerevini e Simona Ravizza

MILANO — Pagamento del debito con i fornitori a tranche del 20%annuo senza inter e s s i ; e m i s s i o n e n e l 2012-2013 di un prestito obbligazionario convertibile da 120 milioni; quotazione in Borsa nel 2014; crescita dei ricavi da 630 milioni del 2011 a 900 del 2016 rafforzando in particolare oncologia, cardiologia, urologia e neurologia; conferimento degli immobili del gruppo San Raffaele in un fondo immobiliare (Aristotele) gestito da Fabrica sgr (Mps-Caltagirone); il settore ricerca concentrato in una nuova società; vendita di tutto ciò che non è core business. Ecco le tappe delineate nella bozza di piano finanziario 2011-2016 che l’ospedale San Raffaele, oberato da oltre 900 milioni di debiti, ha appena inviato alle banche per trovare un accordo scaccia-crisi. Per l’ 8 giugno è convocato un consiglio di amministrazione della Fondazione Monte Tabor, l’ente presieduto dal fondatore don Luigi Verzè che governa il polo ospedaliero e della ricerca. Nel documento inviato alle banche vi è anche la chiara indicazione, come era atteso, di un futuro ricambio del management di vertice. Ed è qui che si gioca una partita fondamentale. Le banche, ovviamente, vogliono avere voce in capitolo, così come la Regione Lombardia (principale cliente dell’ospedale) e il fondatore don Verzè, la cui influenza resta fortissima. Serve la figura di un manager della sanità che sappia destreggiarsi tra bisturi, alambicchi e bilanci, poiché il San Raffaele è oggi un mix tra cura delle persone, ricerca scientifica, cura dei debiti e rianimazione della cassa. Qualche nome circola come possibile capoazienda. Per esempio Pasquale Cannatelli da oltre otto anni alla guida del Niguarda, il più grande ospedale pubblico di Milano. È un manager in quota Comunione e Liberazione, tra i più stimati dal presidente della Regione Roberto Formigoni. Altro nome è quello di Carlo Lucchina, dal 2003 capo operativo della sanità lombarda (oltre 17 miliardi di budget annuo) che ha portato al pareggio di bilancio. Solo ipotesi per ora. Ma è evidente quanto sia centrale il ruolo di Formigoni che sta lavorando anche alla ricerca di nuovi soci e finanziamenti. All’inizio lo aveva fatto anche don Verzè, andando a bussare, si dice, ai big della sanità lombarda come Giuseppe Rotelli (gruppo San Donato), Gianfelice Rocca (Humanitas), Daniele Schwarz (Multimedica). L’obiettivo, mancato, era quello di evitare il commissariamento di fatto delle banche. Piuttosto sono da registrare da parte di alcuni istituti di credito e fornitori perplessità su modalità e tempistica del piano di ristrutturazione. In sostanza si ritiene che un piano di risanamento finanziario e rilancio industriale di queste dimensioni sarebbe assai più credibile se a presentarlo e firmarlo fosse già il nuovo management. Ovvero coloro (o colui) che avranno il compito e la responsabilità di portarlo a compimento. Invece è la vecchia gestione, ovvero don Verzè con il cda della Fondazione, che chiede soldi alle banche e dilazioni ai fornitori dopo aver determinato la situazione di inadempienza. A proposito di fornitori e delle loro fatture ingiallite: risulta per certo che una multinazionale della farmaceutica abbia presentato a febbraio un decreto ingiuntivo che poi però è stato respinto dal giudice. Vedremo quale sarà la risposta delle banche al piano ma i tempi saranno probabilmente più lunghi del previsto e comunque dovrebbe essere percorsa la strada del concordato preventivo per garantire i creditori. Le banche (Unicredit, Intesa, Bnp, Bpm, Mps, Cariparma, Popolare Sondrio) hanno nominato un loro advisor: Roland Berger. La Fondazione «gioca» con Arnaldo Borghesi, Bain &Co e Deloitte. Il progetto di rilancio è coordinato dal banchiere Carlo Salvatori, presidente di Lazard Italia e nel consiglio di amministrazione del San Raffaele.

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