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Samsung: i segreti della formula Corea

Per avere un’idea di che cos’è la Samsung, il colosso coreano da poco numero uno mondiale dei telefonini davanti a Nokia — che ha appena visto chiamare nel board della torinese Exor, Jay Y. Lee, figlio del presidente e capo della divisione elettronica della società —, bisogna vedere il suo museo al centro di Seul. Ogni multinazionale ne ha uno, s’intende, ma questo colpisce per magniloquenza e ricorda i giganteschi saloni newyorkesi di At&t quand’era il più grande monopolio telefonico del mondo.
I numeri del «sorpasso» risalgono a qualche giorno fa: nel primo trimestre 2012 Samsung ha venduto 93,5 milioni di telefonini superando gli 82,7 milioni della rivale finlandese. La «chaebol» (conglomerata in coreano) è prima anche negli smartphone, la fetta più redditizia del mercato, con il 30,6% contro il 24,1% di Apple: insomma vuole addentare la Mela.
I maggiori
Protagonista nei semiconduttori, nell’elettronica di consumo e, sempre più, negli apparati medicali, Samsung Electronics è la più aggressiva fra le tigri coreane dell’hi tech seguita dal gruppo Lg, che fattura 61 miliardi di dollari e ha 160 mila dipendenti. Senza dimenticare Hynix, secondo produttore mondiale di memorie per computer e sesto nei semiconduttori, solo per limitarsi ai maggiori player dell’hi-tech e senza considerare i sempre più innovativi produttori di automobili come Hyundai e Kia.
Ma l’ape regina dell’operosissimo alveare Corea, quarto esportatore mondiale dopo Usa, Cina e Germania, ai vertici delle classifiche per spese in ricerca (3,4% del Pil), è indiscutibilmente Samsung, di cui un altero funzionario del museo racconta la storia ultrasettantennale attraverso i prodotti e sottolinea i balzi compiuti nella tecnologia e nel design.
Letti con occhi europei e «recessivi», questi numeri sembrano arrivare da un altro pianeta: con 150 miliardi di dollari di fatturato, quasi 15 di utili netti, il gruppo ha 220 mila dipendenti, 55 mila dei quali dedicati alla ricerca, ed è secondo dopo Ibm per numero di brevetti (4500). L’obiettivo dichiarato per il 2020 (anno di riferimento di tutti i nostri interlocutori) è raggiungere un fatturato di 400 miliardi di dollari.
Ma dietro Samsung e le sette (o settanta?) sorelle c’è un intero sistema Paese che accumula primati globali a catena: nella competitività in campo informatico, nella banda larga mobile, nell’egovernment, nella velocità di connessione a Internet e nell’alfabetizzazione digitale che è l’orgoglio del Paese. Un Paese spronato dalla divisione seguita alla guerra civile, dalla minacciosa vicinanza con la Corea del Nord comunista e dal ricordo vivo della recente povertà. Forse è questo ricordo che rende l’opinione pubblica tanto favorevole all’innovazione tecnologica e al cambiamento, visti come fondamentali per un benessere duraturo e una duratura libertà.
Dappertutto
La tecnologia è dappertutto, dai micropagamenti mobili alle toilette (anch’esse Samsung), con effetti, in quest’ultimo caso, talvolta esilaranti. Colpisce un aggettivo: totale. Totale è, infatti, la diffusione di Internet. Sedici su 48 milioni di coreani — secondo dati della Korea Communications Commission — dispongono di collegamenti superiori ai cento Megabit grazie alla fibra ottica e 4,5 milioni usano la quarta generazione mobile Lte.
La forza tecnologica del Paese dipende da molti fattori storici, economici e culturali, ma uno, in particolare, è la collaborazione tra governo, università, enti di ricerca e imprese. «Questa cooperazione interessata — dice Jong-min Kyung, il maggior esperto coreano di semiconduttori — affonda le sue radici nel dopoguerra e più avanti, negli anni ’60, quando il nostro Paese si avvalse dei consigli di Fred Terman, il padre della Silicon Valley, che suggerì la realizzazione dei parchi scientifici dove universitari e imprenditori lavorano fianco a fianco».
Il boom
Da quelle idee sono nati i grandi centri di ricerca «misti» come il Kaist, l’Etri e Innopolis, lo sconfinato science park di Daejeon, a sud di Seul. Una città della scienza storica che negli ultimi sette anni ha conosciuto il boom e oggi aggrega 87 tra centri di ricerca e università pubblici e privati, 1.300 aziende e 55 mila addetti (nel 2005 erano la metà). Ipertecnologica nelle architetture, Innopolis è confuciana nei motti che campeggiano sui cartelloni cubitali: un network di comunicazione e armonia.
La collaborazione tocca il suo apice nella privata Korea University, dove i programmi prevedono on demand education, ovvero istruzione a richiesta. Le aziende appaltano la formazione all’università, pagando il conto. «In certi casi — dice il direttore di Ingegneria Seon Wook Kim—- un gruppo come Lg chiama i migliori laureati dalla Cina, dal Vietnam e dall’Argentina, paga loro il master e poi li manda a fare i manager nei Paesi d’origine».
Insomma, per molti aspetti, la Corea è un altro mondo. Con una vera cabina di regia nell’ufficio del ministero dell’Economia che indirizza l’innovazione usando la leva dei finanziamenti, l’Osp. «L’obiettivo al 2020 — sottolinea la dirigente Heather Yoon — è diventare una potenza economica di primo piano in concorrenza con Cina e Giappone. Incentivando la nascita di piccole imprese per riequilibrare il sistema».
Quest’ultimo passaggio può sorprendere noi italiani, che abbiamo, all’opposto, lo squilibrio tra poche grandi imprese e un’infinità di piccole. In realtà è comprensibile. Colossi come Samsung — controllata da Lee Kun-hee che in queste settimane sta litigando con i fratelli per la colossale eredità del padre — sono uno stato nello stato. Nelle battute, la Samsung è paragonata alla Corea del Nord e Lee Kun-hee al tiranno Kim Jong-un, figlio del «Caro Leader» e nipote del «Presidente Eterno». Dalle piccole imprese ci si aspetta una spinta alla creatività. Perché, dicono i coreani, non si vince mai una volta per tutte.

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