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In salvo le misure cautelari bis

Ci vogliono eccezionali motivi per reiterare una misura cautelare diversa dalla custodia in carcere, quando è decaduta per vizi del procedimento. Ma un cavillo non può impedire di rinnovare prescrizioni come l’allontanamento dalla casa familiare o il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Il bilanciamento tra le garanzie per l’imputato e la tutela delle vittime e della collettività è curato dalla Corte costituzionale, che con la sentenza n. 233 depositata il 3 novembre 2016, ha bocciato la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 309, comma 10, del codice di procedura penale. La norma rimane così come è e continua a disporre che l’ordinanza che dispone una misura coercitiva, diversa dalla custodia in carcere, che abbia perso efficacia non possa essere reiterata salve eccezionali esigenze cautelari specificamente motivate. La perdita di efficacia dipende da vizi formali di procedura: mancata trasmissione degli atti per il giudizio di riesame delle misure o sforamento dei termini per la decisione o il deposito dell’ordinanza. Errori e lungaggini non devono ricadere a carico dell’imputato e non si può una reiterazione pura e semplice della misura decaduta: bisogna che ci siano eccezionali motivi. Se queste sono le norme, alcuni giudici hanno ritenuto che pretendere eccezionali ragioni finirebbe o per indirizzare, con danno per l’imputato, nella scelta della custodia cautelare (per applicare la quale la legge pretende appunto ragioni eccezionali) o per indirizzare, con danno per la collettività, a non applicare nulla, creando una specie di immunità. La Consulta non è stata di questa opinione. La sentenza salva la norma contestata e anche la possibilità di reiterazione di una misura cautelare coercitiva. L’articolo 309, spiega la pronuncia, va interpretato nel senso che impedisce un «copia e incolla» dell’ordinanza che ha perso di efficacia. Questo significa che la misura cautelare, con motivazioni rigorose, può essere reiterata. Come può capitare (gli esempi sono della Consulta) nel caso delle misure dell’allontanamento dalla casa familiare, del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa e del divieto o dell’obbligo di dimora: sono misure che possono contrastare efficacemente il pericolo, anche elevatissimo, che particolari contatti con luoghi o persone, se non impediti, scatenino comportamenti materialmente o moralmente lesivi. In casi del genere, chiude la sentenza, è dunque possibile che il giudice riscontri quelle esigenze cautelari eccezionali, che giustificano, attraverso una specifica motivazione, l’emissione di un nuovo provvedimento cautelare; negli altri casi, invece, un nuovo provvedimento potrà essere emesso solo se sopravvengono ulteriori elementi di pericolosità.

Antonio Ciccia Messina

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