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Salvi i crediti non indicati in Unico

Sono sempre utilizzabili i crediti d’imposta anche se il contribuente se li è dimenticati senza esporli in Unico. Innazitutto perché la perdita del credito prevista dalla normativa del 1991 è superata nel 2000 dallo Statuto del Contribuente. Inoltre, il contribuente può sempre ripresentare la dichiarazione esponendo il credito omesso. Infine l’amministrazione ha l’obbligo di verificare l’esistenza del credito. Sono queste le conclusioni della sentenza 7063/01/14 della Ctr Lombardia (presidente Chindemi, relatore Aondio).
La controversia riguarda una Srl destinataria di una comunicazione di irregolarità emessa per il controllo automatizzato del 2002. L’amministrazione chiede di recuperare l’importo erogatole dalla Regione a titolo di credito d’imposta, quale incentivo per il commercio per «la mancata compilazione del quadro RU, rigo 026 e rigo 030, previsti per attestare l’esistenza e l’utilizzo del credito da parte della contribuente». La contribuente paga e chiede il rimborso dell’ammontare in quanto ritenuto non dovuto. L’amministrazione, però, si oppone a tale richiesta. Il credito non è stato indicato né nella dichiarazione del periodo d’imposta in cui era avvenuto l’incasso né in quella del periodo d’imposta successivo. Pertanto alla società è preclusa la facoltà di poterlo legittimamente utilizzare. E qui nasce la controversia.
Il giudice di primo grado accoglie il ricorso della contribuente perché dalla documentazione prodotta «risulta asseverato che il credito d’imposta in oggetto, effettivamente spettante alla società contribuente, è stato dalla stessa utilizzato in compensazione e che, soltanto per errore, non ne è stata riportata indicazione nel pertinente quadro RU». La tesi non è condivisa dall’amministrazione che appella la sentenza, insistendo per la legittimità della «eccezione di decadenza dal diritto al rimborso delle somme pagate a seguito di comunicazione di irregolarità per l’anno 2002». Secondo l’ufficio sussiste «la mancata compilazione del quadro RU, rigo 026 e rigo 030, previsti per attestare l’esistenza e l’utilizzo del credito». Inoltre, per l’articolo 11 della legge317/91, il credito d’imposta deve «essere indicato a pena di decadenza nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo di imposta nel corso del quale è concesso il beneficio, oppure nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo successivo». L’omessa compilazione del quadro avrebbe, dunque, fatto decadere la contribuente dal diritto al rimborso.
Questa tesi, però, non convince il giudice che respinge l’impugnazione. Intanto la norma che impone l’indicazione del credito d’imposta, «a pena di decadenza, nella dichiarazione dei redditi» deve essere interpretata sulla base dello Statuto del contribuente, il cui contenuto dispositivo prevale poiché «l’ufficio avrebbe dovuto informare il contribuente di ogni fatto o circostanza dai quali potesse derivare il mancato riconoscimento del credito, richiedendo al contribuente medesimo di integrare o correggere gli atti prodotti che impedivano il riconoscimento, seppure parziale, di un credito».
Inoltre, in base alla Cassazione 15063/02, «è emendabile e ritrattabile ogni dichiarazione dei redditi che risulti comunque, frutto di errore del dichiarante quando da essa possa derivare l’assoggettamento del dichiarante ad oneri più gravosi di quelli che per legge devono restare a suo carico». Infine l’amministrazione «non avrebbe potuto affermare l’impossibilità di rettifica della dichiarazione e avrebbe dovuto acquisire la prova dell’esistenza del credito».

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