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Salve le paghe dei super manager

di Mario Sensini

ROMA — Sembrava fatta. Stavolta la scure della crisi sembrava aver colpito duro anche lì, sui maxi stipendi degli amministratori pubblici, e invece niente. Manco fosse stato fissato a livelli da fame (l'asticella è stata portata a 311 mila euro l'anno), il tetto alle buste paga dei super manager dello Stato, introdotto nel decreto Salva-Italia con un emendamento dei relatori, Maurizio Leo e Pierpaolo Baretta, è durato lo spazio di una notte. Un codicillo, sfuggito ai più, prevede infatti specifiche deroghe per sottrarre alla mannaia gli stipendi dei manager «nelle posizioni apicali delle rispettive amministrazioni». Nessun rischio, dunque, per moltissimi grand commis di Stato, e non è l'unica notizia sgradevole per i cittadini costretti a digerire una manovra durissima per il risanamento dei conti pubblici.
Il capitolo delle liberalizzazioni, ad esempio, si è sgonfiato quasi del tutto. Sulla vendita dei medicinali di fascia «C» con la ricetta al di fuori delle farmacie, il governo ha fatto una completa marcia indietro. Lo stesso è successo con l'apertura alla concorrenza nel settore dei taxi, ma anche le norme sulla liberalizzazione dei servizi locali, della rete carburanti, delle autostrade, sono state parecchio ammorbidite nel corso dell'esame del decreto. Gli unici a essere rimasti intrappolati nella norma del governo sembrano essere gli edicolanti, che hanno già proclamato una serrata di protesta per tre giorni, da martedì 27 a giovedì 29 dicembre.
Le mancate liberalizzazioni hanno scatenato, ieri, le proteste vibrate della Confindustria, ma critiche molto pesanti sono arrivate anche dai sindacati, dal Pd e dal Terzo Polo. «Mi ha colpito quello che è successo con le liberalizzazioni: questo è un governo forte con i deboli, e debole con i forti» ha detto il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni. Per Francesco Rutelli (Terzo Polo) le liberalizzazioni inserite nel decreto «sono mosce», e «la parte della crescita è anemica». Anche il Pd è deluso e oggi, nelle dichiarazioni di voto sulla fiducia, il segretario Pier Luigi Bersani, non mancherà di sottolinearlo. «Diremo che siamo fedeli ai nostri impegni, ma anche quello che ancora non va. I sacrifici si fanno, ma non senza cambiamenti» ha detto Bersani, preannunciando anche un ordine del giorno a tutela dei lavoratori precoci e di quelli licenziati, per chiedere al governo di mandarli in pensione secondo le vecchie regole, che avrebbe raccolto anche i consensi del Pdl.
Fallito il primo assalto, il governo promette però di riprovarci. «Le resistenze sulle liberalizzazioni per me non sono una novità. Spesso vengono superate non al primo colpo, ma con una determinazione tenace, e questo è molto importante per l'Italia» ha detto il premier, Mario Monti, mentre il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, rassicura: «Quello che abbiamo in mente lo porteremo in fondo. Tanti settori sono ancora ingessati, sulle liberalizzazioni ci sono molti ostruzionismi, ma abbiamo avuto il coraggio di fare comunque cose importanti».
Il testo definitivo del decreto legge, che dopo il voto di fiducia di oggi della Camera passerà subito al Senato, dove dovrebbe essere approvato entro il 21 dicembre, presenta altre due novità, oltre alle deroghe al tetto per gli stipendi.
La prima ha una certa importanza per i cittadini perché riguarda la commissione di massimo scoperto praticata dalle banche sugli sconfinamenti dal conto corrente. La misura introdotta nel decreto prevede che la commissione non possa in ogni caso superare lo 0,5%, stabilendo la nullità di qualsiasi altra norma che stabilisca oneri diversi.
Quanto al possibile aumento delle accise per compensare la revisione del super bollo sulle auto di lusso, si è chiarito che riguarderà solo il tabacco e non le sigarette. Il rincaro scatterà comunque in tempi non brevissimi: le addizionali erariali alla tassa automobilistica e la tassa di stazionamento delle barche si ridurranno in tre fasi, dopo 5, 10 e 15 anni, e l'aumento dell'accisa sui tabacchi servirà, da allora, per compensare il minor gettito.
Alla fine, le modifiche apportate dal governo e dalla maggioranza rispetto al testo originale del decreto non sono poche.
Alcune misure sono state riviste in senso più favorevole per le classi più deboli, dall'alleggerimento della stretta sulle pensioni, alle nuove detrazioni sull'Imu per i figli a carico, passando per l'eliminazione dell'imposta di bollo sui conti bancari fino a 5 mila euro, l'aumento da 500 a mille euro del tetto per i pagamenti in contanti della pubblica amministrazione.
Con altri interventi si è recuperato gettito sulle classi più abbienti e le industrie più ricche: l'incremento delle tasse sugli immobili di banche e assicurazioni, l'aumento del prelievo sui capitali rimpatriati grazie alle varie versioni dello scudo fiscale, l'allungamento dei tempi per gli accertamenti sui furbetti del condono 2003, la nuova imposta sulle attività finanziarie e gli immobili detenuti all'estero. Svuotato il capitolo liberalizzazioni, il governo ha fatto retromarcia anche sugli stipendi dei parlamentari (che saranno ridotti con decisioni autonome) e sullo smantellamento delle Province, che richiederà tempi più lunghi.
 

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