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Salvataggi bancari e scandali sanità ecco i conti del Nord che non tornano

Forte del successo referendario, Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, chiede ora che i nove decimi delle tasse pagate dai veneti restino sul territorio, e reclama lo statuto speciale. Questo significherebbe l’azzeramento dell’avanzo fiscale, cioè del contributo che quella regione dà al resto d’Italia come differenza tra quanto paga di imposte e quanto riceve in servizi pubblici. Oggi il Veneto ha entrate tributarie per 71,8 miliardi e spese per 56,3, quindi mette a disposizione delle altre regioni 15,5 miliardi. Questo contributo sparirebbe. Meno drastica la posizione della Lombardia, che per adesso non chiede di poter usare a suo piacimento il 90% delle proprie tasse. Se lo facesse, il suo contributo fiscale al resto d’Italia, il più alto in assoluto, oggi valutato dalla Cgia di Mestre in poco più di 50 miliardi, si ridurrebbe drasticamente.
Vicenda antica e travagliata, quella delle richieste autonomiste, particolarmente forti lì dove la Lega ha il suo zoccolo duro: Veneto e Lombardia. Una delle prime pratiche che Silvio Berlusconi si trovò sul tavolo nel maggio del 2008, appena insediato a Palazzo Chigi, fu proprio la richiesta da parte delle due Regioni di una maggiore autonomia: il potere di legiferare in via esclusiva su un lungo elenco di materie, 14 per il Veneto, 12 per la Lombardia. Malgrado che al governo ci fosse, come massimo garante dell’autonomismo del Nord, Umberto Bossi, al quale venne dato il ministero delle Riforme per il federalismo, quel negoziato non partì mai. Silvio Berlusconi, che oggi invita tutte le regioni a indire referendum di impronta autonomista, dimenticò le due pratiche in qualche cassetto della Presidenza. E per lungo tempo non se ne seppe più nulla. Qualunque governo, in realtà, sa bene quale sia il grado di rischio insito in un negoziato che ha come obiettivo quello di spostare l’equilibrio dei poteri tra lo Stato e due tra le regioni più forti d’Italia, dove si concentra il 25% degli abitanti e il 35% del Pil. Rischio tanto maggiore in quanto nel frattempo, proprio dopo il referendum di domenica scorsa, la richiesta di Lombardia e Veneto non si limita più a una dozzina di materie e poco più, ma riguarda tutti e venti i temi sui quali Stato e Regioni legiferano oggi in condominio, più tre argomenti su cui lo Stato ha l’esclusiva. Si spazia dalla tutela e sicurezza del lavoro all’istruzione, dalle professioni alla salute, dalla protezione civile ai beni culturali, dal trasporto alle infrastrutture. Il pericolo è che in tutti questi campi, la politica nazionale perda di significato in due tra le regioni italiane di maggior peso. Questa è dunque la prima richiesta ufficiale che Veneto e Lombardia rivolgeranno ora al governo: legiferare in via esclusiva su quelle 23 materie, in base all’articolo 116 della Costituzione. Probabilmente si aprirà un negoziato, e se si dovesse raggiungere un’intesa con lo Stato, questa sarebbe sottoposta al voto del Parlamento, a maggioranza assoluta dei suoi componenti. In realtà, anche la Regione Emilia Romagna ha fatto una analoga richiesta, senza passare attraverso il referendum. Ma il discorso non si ferma qui. Chiedere l’attribuzione di 23 nuove competenze porta con sé anche la richiesta delle relative risorse, le quali nel caso del Veneto ammonterebbero a una ventina di miliardi, secondo le stime della Cgia. Arriverebbero in parte annullando l’avanzo fiscale e in parte con nuovi fondi. Per questo, la Regione governata da Zaia, vuole ora che il 90% delle tasse pagate dai suoi abitanti (Irpef, Ires e Iva) resti sul territorio. Esattamente come accade in Trentino Alto Adige, che però può farlo perché ha da sempre uno statuto speciale. Ecco allora delinearsi la strategia di Zaia, che potrebbe essere seguita a ruota dal presidente lombardo Maroni. Una strategia che punta all’autonomia fiscale in due tappe. Nella prima si cercherà di strappare allo Stato un trattamento speciale non di diritto (ci vorrebbe per questo una legge costituzionale) ma di fatto. Il Veneto continuerebbe ad essere una Regione a statuto ordinario ma con quasi tutte le entrate trattenute in loco. In un secondo momento, si tenterà di far passare una legge costituzionale che attribuisca al Veneto e alla Lombardia lo statuto speciale: una iniziativa in questo senso è già stata presa ieri dalla giunta veneta con una proposta di legge costituzionale da inviare al Parlamento.
Questo è il nuovo disegno autonomista. Un disegno perseguito in nome della migliore capacità delle due regioni (rispetto alle altre) di gestire i conti pubblici, di fornire servizi efficienti ai propri abitanti, di creare ogni anno un fortissimo avanzo fiscale. E tuttavia si dimentica che il grosso di quell’avanzo che dal Nord si trasferisce al Sud va a finanziare gli acquisti di beni e servizi prodotti dalle imprese “padane” (come spiega uno studio dell’economista Paolo Savona), e che quindi quelle imprese, come dice la Banca d’Italia, hanno assoluto bisogno della domanda che viene dal Mezzogiorno. Si dimenticano i passati scandali della sanità lombarda o i cinque miliardi che lo Stato si è accollato per il cattivo credito ereditato da Popolare Vicenza e Veneto Banca. E soprattutto si dimentica che uno Stato unitario esiste fintanto che regge il principio di solidarietà al suo interno, perché un conto è trasferire qualche competenza, un altro è la totale autonomia fiscale delle regioni, che andrebbe a scardinare i fondamenti stessi dell’unità nazionale.

Marco Ruffolo

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