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Salvataggi bancari, Germania isolata

BRUXELLES — Il braccio di ferro tra la Germania e gli altri 27 Paesi dell’Ue sul meccanismo di risoluzione bancaria continua. «Nella riunione di marzo avremo l’accordo sulla ricapitalizzazione diretta delle banche», ha annunciato ieri il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, al termine della riunione dei ministri delle Finanze della zona euro, e prima che gli stessi ministri si riunissero in conferenza intergovernativa per studiare le regole di funzionamento del fondo di risoluzione e soprattutto le condizioni per renderlo un fondo comune. Ma le posizioni restano distanti.
Il problema non è di facile risoluzione, perché i governi dovranno trovare un punto di compromesso con il Parlamento europee prima che questo venga sciolto in vista delle elezioni di maggio. Ma il Parlamento, come già aveva fatto anche il presidente della Bce Draghi, reclama una drastica riduzione dei 10 anni previsti perché il fondo di risoluzione diventi strumento comune, e non una somma dei fondi nazionali, come previsto dall’accordo raggiunto tra i governi.
Su questo punto, tutti i ministri sembrano pronti a una certa flessibilità. Ad eccezione del tedesco Wolgang Schauble. Secondo Schauble, nel negoziato con il Parlamento europeo si possono concedere alcune modifiche «sui dettagli», ma non deve mutare la sostanza dell’accordo in base al quale, per i 10 anni del periodo transitorio, ogni Paese resta responsabile finanziariamente del
salvataggio delle proprie banche. Secondo una nota scritta dallo stesso Schauble, e rivelata dal quotidiano economico
Handelsblatt, «non bisogna fare i conti con un rapido accordo politico nell’Eurogruppo».
In realtà, durante le discussioni a livello di ambasciatori, la Germania è risultata isolata nella sua intransigenza. Persino i suoi tradizionali alleati, dalla Finlandia all’Austria all’Olanda, sono disponibili a venire incontro alle richieste del Parlamento europeo.
Il nodo della discussione è la necessità di creare un vero paracadute comune che consenta al fondo di risoluzione di intervenire per risolvere le crisi bancarie senza scaricare direttamente l’onere dei salvataggi sulle finanze pubbliche di un singolo Paese. L’accordo attuale prevede che questo possa avvenire solo al termine di un periodo transitorio (10 anni appunto) che tutti considerano troppo lungo. Ma la Germania, che da sola dovrebbe sopportare larga parte dell’onere di finanziamento di un fondo comune, per il momento non ne vuole sapere.
A questo punto, però, i tempi si fanno strettissimi. Se il Consiglio non riuscisse a trovare un accordo con il Parlamento entro marzo, il secondo e più importante pilastro dell’Unione bancaria resterebbe in sospeso e il negoziato dovrebbe riprendere da zero dopo l’entrata in funzione del nuovo Parlamento, a giugno. Ma questo ritardo potrebbe riflettersi negativamente anche sugli stress test che la Bce, come nuova autorità di supervisione, sta preparando su tutto il sistema bancario europeo.

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