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Salvataggi, austerity e crescita i nodi da sciogliere per la nuova strategia europea

Boccata d’ossigeno per le banche spagnole, ma ancora tanta incertezza per i debiti sovrani europei, con la Grecia ancora sull’orlo del disastro e una recessione continentale che sembra senza fine.
Tutti i contribuenti europei, tramite il fondo salva-Stati, aiuteranno gli istituti iberici, ma famiglie e imprese vedranno ben pochi di quei 100 miliardi.
Uno sforzo che almeno spinge i governi dell’Eurozona verso un destino condiviso piuttosto che verso una fatale divisione
IL MAXI-salvataggio annunciato per le banche spagnole oggi affronta il primo test dei mercati. 100 miliardi basteranno a ridare stabilità e fiducia all’eurozona E’ davvero finita l’emergenza, o il più grande salvataggio della storia europea si rivelerà un altro “cerotto”, che non cura le debolezze di fondo? I dubbi che più assillano i cittadini riguardano l’economia reale. Finora gli aiuti alle banche sono stati catturati dalla finanza, non si sono tradotti in crescita e occupazione. E chi paga il conto del salvataggio non è solo la Germania, ci siamo anche noi.
CON L’ACCORDO DI SABATO È FINITA L’E-MERGENZA NELL’EUROZONA?
No, anzitutto c’è l’altra crisi aperta, in Grecia: il 17 si vota e se vincesse la sinistra di Syriza ha già annunciato che straccerà gli accordi sull’austerity. Questo comporterebbe lo stop automatico degli aiuti erogati ad Atene dal Fondo monetario internazionale. Lo scenario “Grexit” come viene ormai definito sui mercati, cioè l’uscita della Grecia dall’euro, aprirebbe le scommesse degli investitori su chi sarà il prossimo paese candidato ad abbandonare l’unione monetaria.
LA GRECIA È PICCOLA, ERA LA SPAGNA IL “PEZZO GROSSO” A FAR PAURA, ORA ALME-NO MADRID È AL SICURO?
Neanche questo si può dare per scontato. Ammesso che vada liscio il salvataggio delle banche, il governo Rajoy è alle prese con i debiti delle sue regioni (16 miliardi); e deve raccogliere 47 miliardi per rifinanziarsi solo nella seconda metà dell’anno. E’ essenziale che il salvataggio delle banche spagnole ripristini subito la fiducia dei mercati, in modo che i tassi sui titoli del Tesoro spagnoli scendano sotto il pericoloso 6%. Quella che era iniziata come una crisi “solo bancaria” (all’inizio il debito dello Stato spagnolo era tra i più bassi d’Europa) può ancora trasformarsi in un default sovrano. C’è un paradosso malefico, racchiuso proprio nel meccanismo del salvataggio bancario. Gli aiuti europei — che si spera siano “solo” 40 miliardi, ma possono arrivare fino a 100 — non saranno versati direttamente nei bilanci delle banche; finiranno invece nelle casse dello Stato spagnolo che a sua volta li userà per salvare dal
crac gli istituti di credito. In questo modo però l’afflusso dei fondi europei andrà iscritto alla voce “debito” per lo Stato spagnolo e la sua situazione finanziaria sarà più precaria, ai sensi del patto fiscale europeo. Senza contare la recessione che continuerà a deprimere le entrate fiscali di Madrid.
TUTTI QUEI MILIARDI VERSATI ALLE BANCHE DARANNO OSSIGENO ALL’ECONOMIA REALE, CIOÈ LAVORATORI E IMPRESE?
E’ improbabile: lo insegnano le esperienze
passate. Dagli Stati Uniti all’Irlanda, gli ultimi salvataggi bancari non si sono trasformati in benefici sostanziali per l’economia reale. Scongiurare le bancarotte nel sistema creditizio è indispensabile: occorre evitare il panico, gli assalti agli sportelli, nonché la “gelata” di tutto il credito (fu lo scenario che paralizzò il mondo intero nelle settimane successive al crac della Lehman, 13 settembre 2008). Ma una volta salvate, le banche non restituiscono il favore. La sfiducia continua a regnare: si prestano
pochi capitali fra di loro, tantomeno sono generose con le imprese e i consumatori. Le banche spagnole con ogni probabilità reinvestiranno i loro nuovi capitali in titoli del Tesoro. E nel caso che il valore di quei bond scenda ancora — se è la Spagna stessa a rischiare il default (vedi sopra) — ancora una volta dovrà intervenire la Bce con i suoi prestiti d’emergenza. Gli studi di Kenneth Rogoff dimostrano che una crisi originata da crac bancari è sempre più lunga da riassorbire rispetto a una normale recessione: dura in media sette anni.
VISTO CHE GLI STATI SALVANO LE BANCHE, PERCHÉ NON POSSONO OBBLIGARLE D’AU-TORITÀ A RIVERSARE QUEGLI AIUTI SOTTO FORMA DI PRESTITI ALLE IMPRESE, O IN MU-TUI- CASA?
E’ una formula pericolosa: si ritornerebbe al “credito amministrato” di cui l’Italia conobbe i fasti e i danni fino agli anni Ottanta: quando le banche prestavano i soldi dietro “suggerimento” dei politici. Un esempio più recente dei danni del dirigismo bancario lo si vede in Cina. E’ appena cominciata a scoppiare la bolla speculativa immobiliare cinese, creata da un “credito facile” che obbediva a direttive politiche. Gli istituti di credito cinesi hanno anche finanziato le loro “cattedrali nel deserto”: infrastrutture inutili, doppioni di impianti industriali, progetti-trofeo voluti dai politici locali per erogare favori clientelari e accrescere il proprio prestigio nella nomenclatura. Tra il mercato e la politica, per le banche la prima soluzione resta la migliore. Ma un mercato efficiente è fatto di regole e negli ultimi anni la finanza ha goduto di libertà eccessive. Una Tobin Tax sulle transazioni finanziarie, più severi limiti agli investimenti speculativi, sono i prezzi che vanno imposti al settore creditizio in cambio degli aiuti.
DA DOVE VENGONO I 100 MILIARDI OFFERTI ALLE BANCHE SPAGNOLE? DALLE TASCHE DI ANGELA MERKEL?
Vengono da tutti i contribuenti dell’Eurozona, noi inclusi, in proporzione al contributo che ciascun paese membro si è impegnato a versare nello European Stability Mechanism (Esm). Sui 500 miliardi di euro dell’Esm, la Germa-
nia contribuisce per il 27%, la Francia con il 20%, l’Italia è il terzo finanziatore col 18%. I fondi salva-Stato non sono illimitati e gli ultimi interventi li hanno già “assottigliati” parecchio. Il precedente fondo Efsf, creato nel 2010 con 440 miliardi iniziali, ne ha ormai solo 250 dopo i salvataggi di Irlanda e Portogallo. Nell’ipotesi — apocalittica, e per ora puramente teorica — di un salvataggio dell’Italia, si stima che ci vorrebbe dal doppio al triplo di quanto offerto alla Spagna.
CHE COSA SERVE REALMENTE PER ARRE-STARE LA RECESSIONE E CREARE LAVORO?
Nell’eurozona i margini di manovra sono quasi nulli, almeno finché prevale la rigidissima applicazione del “patto fiscale” anti-deficit. Qualcosa però si sta muovendo: dopo l’elezione di François Hollande, e le ripetute pressioni di Barack Obama, il governo tedesco comincia a parlare di strategia di crescita. Nei prossimi mesi si tornerà a discutere
della Golden Rule di Mario Monti: per escludere dal calcolo dei deficit pubblici gli investimenti pubblici, per esempio nelle infrastrutture. Hollande è deciso a varare misure per l’occupazione
come l’assunzione di 60.000 insegnanti. Il padronato tedesco sta dando un esempio positivo con le ultime tornate contrattuali: aumenti
superiori al 4% annuo per gli operai metalmeccanici, una pre-condizione perché ripartano i consumi. In America, dove la crescita è rallentata per effetto della crisi dell’eurozona, Obama ha 450 miliardi di programmi di spesa pubblica bloccati dai veti della destra al Congresso: è costretto a sperare che intervenga di nuovo la Federal Reserve con massicce iniezioni di moneta. La Cina ha ridotto di un quarto di punto i tassi d’interesse e potrebbe varare nuovi programmi di investimenti
pubblici.
L’UNIONE EUROPEA ESCE RAFFORZATA DAL-LA DECISIONE DI SABATO SULLA SPAGNA?
Dipenderà dal seguito. Fin qui l’eurozona continua a dare l’impressione di rincorrere e tamponare i nuovi focolai di crisi, anziché prevenirli. Sulle banche spagnole si doveva intervenire almeno due anni fa, e i governi di Madrid hanno la principale responsabilità per questo ritardo. Questi interventi tardivi, fatti con l’acqua alla gola, finiscono per dare ragione ai mercati che “scommettono in anticipo” sulla prossima crisi, e spesso ci
azzeccano. E’ però una costante della storia, che l’Europa rafforza la sua unione solo quando è sotto la pressione delle emergenze. Lo teorizzarono perfino i “padri storici” da Jean Monnet a Jacques Delors.
QUALI I PROSSIMI PASSI VERSO UN’EUROZO-NA PIÙ COESA E SOLIDA?
Primo: visto che le banche in difficoltà non sono salvabili da un singolo Stato (vedi Spagna), allora devono essere sottoposte a una vigilanza europea. Purtroppo
questa non esiste, tant’è che inizialmente farà da supplente il Fmi con sede a Washington. Costruire una vera task force che ispezioni regolarmente le banche (compito che spetterà all’Eba, European Banking Authority) significherà sfidare clientelismi politici e lottizzazioni: dalle Casse di risparmio iberiche alle Fondazioni bancarie italiane. Il secondo passo dovrà essere verso l’unione fiscale. Poiché la Germania è il maggiore contribuente europeo, e la sua economia è il pilastro di solidità a cui le altre cercano di agganciarsi nelle crisi di sfiducia, è giusto che Berlino abbia più voce in capitolo sul gettito fiscale greco, spagnolo e italiano. Questo comporterà l’avvicinarsi, sia pure molto gradualmente, verso un sistema fiscale all’americana: dove le entrate fiscali vengono raccolte in parte dagli Stati, in parte dall’Internal Revenue Service federale con sede a Washington. Lo stesso vale per le politiche di bilancio sul fronte della spesa. Una vera unione fiscale ha degli ammortizzatori automatici in caso di crisi: negli Stati Uniti le pensioni o le spese militari fanno capo al bilancio centrale (federale), e questo aiuta gli Stati colpiti dalle crisi: se il Michigan è travolto da una caduta della produzione automobilistica, le pensioni continuano ad arrivare da Washington. Al tempo stesso, una unione fiscale vorrà dire che l’elettore tedesco avrà qualche diritto di decidere come vengono spesi i “suoi” soldi anche in Calabria o in Val d’Aosta. E’ chiaro che unione bancaria e fiscale vanno legittimate alla base attraverso una unione politica, perché siano rispettate le regole della democrazia. Alla Germania va dato atto di essere sempre stata tra le nazioni più federaliste, mentre Francia e Inghilterra hanno bloccato i precedenti piani per l’unione
politica.

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